mercoledì 2 agosto 2017

Buon Lughnasadh!



Un tempo nei territori celtici d'Europa agli inizi agosto si celebrava una delle quattro feste importanti dell'anno. Questo infatti cominciava con il Trinozio di Samonios (1 novembre), era seguito da Imbolc (1 febbraio) e Beltane (1 maggio). Ad agosto si celebrava Lughnasadh, una festa istituita dal dio Lugh per celebrare la propria madre.
Lugh, conosciuto sul continente anche come Lug o Lugos (“luminoso“), era noto anche con gli appellativi di Esus (cfr. lat. optimus, "migliore") e Teutates ("uomo della tribù") e Samildanach,  eccellente in tutte le arti e le tecniche. Questa era infatti la caratteristica principale del dio, il cui attributo era la lancia sacra.
Cesare, da buon romano, lo identificava con Mercurio, ma avvertiva che per i Galli era questo dio a dominare sugli altri, non Giove.

In Irlanda Lughnasadh era il "Festival di Lugh" (per altri il "matrimonio") e si celebrava al tempo del raccolto, in coincidenza di fenomeni astronomici facilmente osservabili come la levata eliaca di Sirio o le “stelle cadenti”. In questo trova corrispondenza con l'anglosassone festa di Lammas ("Raduno del pane"). Con la certezza di aver assicurato le provviste per l'inverno, ci si poteva abbandonare alla gioia con giochi, gare e grandi banchetti, cogliendo l'occasione per stipulare accordi. Si celebravano pure i matrimoni di prova, che duravano un anno e avevano il vantaggio di consentire una scelta ponderata e reversibile senza troppe complicazioni.

Vennero poi i romani e istituirono le Feriae Augusti, il primo giorno del mese dedicato al Divo Augusto. Un modo forse per cancellare il ricordo di una festa cara ai Galli recentemente sconfitti. Fu poi la Chiesa a volerne lo spostamento al 15, giorno dell'Assunzione di Maria.

Approfittando della festa, questo blog si prende una pausa estiva, di studio e riflessione. Ci rivediamo attorno all'equinozio, con nuove storie. Vi lascio con un'immagine di rotoballe insubri, su cui meditare...



sabato 15 luglio 2017

Antichi dei



Ci fu un tempo, non così lontano, in cui attorno al lago non avreste potuto trovare neppure una chiesa. In quel tempo le persone pie e religiose offrivano sacrifici di sangue, dedicavano altari e invocavano il nome di divinità la cui antichità si contava in migliaia di anni.
Erano i tempi dei pagani, ufficialmente terminati nell'anno 380 dell'Era Volgare quando gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio emanarono una legge che esordiva in modo perentorio: "Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani."
Da quel momento chi non si fosse adeguato sarebbe stato considerato uno "stolto eretico" e sarebbe stato condannato "dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste".

Che non fossero solo parole lo si vide pochi anni dopo, quando una serie di decreti attuativi, come li chiameremmo noi oggi, andò a ordinare la materia. Tra il 391 e il 392 vennero proibiti i culti pagani. Sotto pena di multe salatissime, che andavano dalle 15 alle 30 libbre (1 libbra=327,168 g) d'oro e a rischio pure di essere accusati di lesa maestà, reato che poteva comportare la pena capitale, fu proibito di sacrificare agli dei ed entrare nei templi pagani che di fatto furono chiusi. Infine furono vietati anche i culti privati e nascosti.

Questi decreti misero un'arma fortissima in mano a molti sedicenti cristiani (nel senso che lo erano nel nome ma assai poco nello spirito caritatevole verso il prossimo). Accesi di fanatismo vandalico essi non erano nemmeno immuni da interessi economici, dal momento che i templi traboccavano di oro e metalli preziosi, essendo autentiche cassaforti ricolme di doni accumulate in secoli e secoli di storia. Si comprende quindi come alcuni fanatici abbiano potuto guidare masse di diseredati all'assalto di edifici che avevano fatto la storia. 
Il caso più eclatante avvenne ad Alessandria dove vi furono scontri violentissimi, con morti e feriti, tra i cristiani guidati dal vescovo Teofilo e i pagani, al termine dei quali il Serapeo fu abbandonato alla distruzione e al saccheggio.

Pochi anni dopo i pagani che ancora erano maggioranza nell'impero tentarono un'ultima resistenza armata, affidata agli eserciti semibarbarici dell'Imperatore Eugenio e del suo generalissimo, il franco Arbogaste. Presso il fiume Frigido nel settembre del 394 essi furono però sconfitti dal cattolicissimo imperatore Teodosio e trovarono la morte. Ne abbiamo parlato in chiusura della lunga storia sulla Legione Tebea, che si svolse in questo contesto.

Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che il paganesimo sia morto in quei giorni. I barbari che invasero l'impero pochi anni dopo erano in gran parte ancora pagani o al più ariani. E l'opera di conversione al cristianesimo durò secoli. Durante i quali la convivenza tra credenze cristiane e pagane fu molto più vasta e importante, specialmente nelle campagne, di quello che normalmente si crede.

E un ruolo chiave l'ebbero dei monaci cristiani che erano stati a scuola dai druidi irlandesi. Ma questa è un'altra storia...


Note.
I testi tra virgolette sono tratti dall'Editto di Tessalonica del 380.

Se volete saperne di più sui culti pagani diffusi nella nostra zona prima dell'arrivo del cristianesimo vi aspetto ad Ameno presso Palazzo Tornielli in Piazza Marconi 1, venerdì 28 luglio alle ore 18:30 per il primo incontro della seconda edizione di Culturachilometro0 organizzata dall'Associazione Cusius.

Questo il programma:

Andrea Del Duca
(archeologo, direttore Ecomuseo Cusius)
Culti precristiani nel Cusio e nel Novarese.Le testimonianze dell’archeologia

Fiorella Mattioli Carcano
(storico, presidente Associazione Cusius)
Persistenze dell’antico credere nell’immaginario e nella ritualità in area cusiana dal Medioevo ad oggi

La partecipazione all’incontro, della durata di circa un’ora, è gratuita.

A fine incontro ai partecipanti sarà dedicato un assaggio di prodotti a “chilometro0”







mercoledì 17 maggio 2017

La fanciulla e il drago



C'era una volta un lago circondato dai monti e ricco di pesci. Un giorno un enorme drago sorse dall'acqua e rimase immobile davanti alla riva. Nessuno più osava uscire con le barche a pescare e il paese cominciò a soffrire la fame. Allora, su suggerimento di un mago, la gente del villaggio decise di offrire un sacrificio al mostro...

Un soldato trascinò una ragazza sulla spiaggia e la legò ad un palo. Una folla ostile li seguiva.

All'improvviso una musica si diffuse nell'aria e tutti furono presi da una irresistibile voglia di ballare. Nessuno era in grado di restare fermo ed era costretto a seguire il ritmo sempre più veloce.

Il Mago, immune all'incantesimo, entrò sulla spiaggia, osservò la scena e scosse la testa. Infine, alzando le braccia, lanciò un incantesimo per fermare quella follia. 

La folla s'immobilizzò, come congelata, rimanendo bloccata a lungo nelle posizioni più strane. Quando finalmente l'incantesimo fu rotto la gente lentamente lasciò la spiaggia.

Ma cosa aveva spezzato l'incantesimo? Il potere del mago aveva infine prevalso dopo una lotta invisibile? O era stato l'arrivo di un cavaliere solitario, che vista quella scena insolita aveva lasciato il cavallo legato a un albero e si era avvicinato per capire cosa stesse succedendo?

Il mago si frappose tra lui e la ragazza, dicendogli che un drago malvagio era sorto dall'acqua per minacciare il villaggio e che solo il sacrificio di una fanciulla avrebbe potuto saziare la sua voglia e salvare gli abitanti. 
Il cavaliere allora domandò il nome della fanciulla. 
"Silene", fu la risposta del mago.
"Tanto è vero che il mio nome è Giorgio, libererò Silene dal drago!"
"Attento" l'ammonì il Mago lasciando la spiaggia "densa di contraddizioni è la sapienza di un drago, che non parla mai apertamente, ma sa intessere abilmente menzogne e verità, in modo da far apparire vero ciò che non è e inganno ciò che è verità."

Giorgio però non aveva paura. Si portò sulla riva del lago e brandì la lancia cercando un punto dove colpire il mostro. Dalla bocca del drago uscivano fumo e fiamme.
"Perché mi combatti, uomo?" domandò improvvisamente il drago.
"Smetti di minacciare il villaggio e libera la ragazza, mostro!" gridò Giorgio.
Il drago emise una forte risata.
"Minacciare? Liberare? Tu credi di conoscere la verità, ma sei certo di non essere stato ingannato?"
Giorgio ricordava bene le parole del proprio Maestro: "Chiunque abbia avuto la ventura di incontrare un drago e di sopravvivere sa che il maggior pericolo l’ha corso quando il drago iniziò a parlare. Si può essere infatti tanto agili e forti da sfuggire ai colpi della sua coda, ma solo un animo saldo può affrontare la conversazione con un drago senza rimanere invischiato nella sua rete. Davanti al drago la ragione vacilla e basta un passo per precipitare nell'abisso."
"Non mi inganni, drago!" gridò il cavaliere. "Per l'ultima volta ti ordino lasciare andare la ragazza!"
"Che ti importa di lei, uomo?" domandò il drago. "La desideri per te? O magari pensi di amarla? E allora saresti pronto a sposarla, esserle fedele, sopportarla nella buona e nella cattiva sorte, e sottolineo cattiva, finché morte non vi separi?"
Giorgio sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
"Quanto al liberarla" continuò il drago "sono forse stato io a incatenarla a quel palo? Ho forse detto io a quella gente di mettermela davanti? No, nemmeno hanno chiesto il mio parere. Avrebbero almeno potuto farmene vedere due o tre e farmi scegliere. Figurati, hanno preso questa e l'hanno messa lì. Che poi sai perché hanno scelto lei? Io lo so, noi draghi conosciamo tutto. Ma tu sei sicuro di volerlo sapere? Di voler conoscere la verità?"
"Parla drago, io non ho paura della verità!" rispose Giorgio.
"Hanno preso lei perché il Mago l'altro giorno l'ha vista e le ha detto qualche parola di troppo. Ha pure allungato le mani e lei per tutta risposta gli ha dato uno schiaffone su quella brutta faccia da ipocrita. Allora lui con un incantesimo l'ha resa muta per non consentirle di raccontare a nessuno questa cosa. Ma l'urlo della verità che usciva dal cuore di questa ragazza era così forte che è sceso fin nelle profondità del lago, svegliandomi dal mio sonno secolare. E sono venuto a vedere cosa stavano combinando. Altro che minacciare il villaggio, come ti hanno raccontato."
Giorgio sentiva la testa girare. Era confuso e faticava a tenere alta la lancia.
"Tu mi stai ingannando!" gridò.
"Siete tutti bravi a pretendere la verità, ma quando vi viene detta vi tappate le orecchie" rispose il drago.
Giorgio si appellò ai suoi ricordi scolastici: "Sta scritto che un drago non parla mai apertamente!" 
"Sta pure scritto" rispose la bestia "che il drago più pericoloso è quello che sorge dall'abisso dell'odio e della paura. E io invece sorgo dalle trasparenti acque di un bellissimo lago".
"La sapienza del drago è un dolcissimo veleno che uccide lentamente!" gridò il cavaliere.
"Vedo che hai studiato a memoria" rispose il drago "Ma non è mai una cosa buona studiare a memoria. Bisogna saper leggere con gli occhi e con la mente ma soprattutto con il cuore."
"Basta parole, combatti!" Giorgio scagliò la lancia, che però mancò il bersaglio. Estrasse la spada. 
Il drago rise.
"Non comprendo il desiderio di voi uomini di usare sempre la forza, deboli come siete. O forse è una cosa compensatoria? Comunque hai ragione: è giunto il momento che questa storia finisca. Lasciamo che decida la ragazza. Principessa, dico a te: cosa desideri? Vuoi venire con me a vedere la mia collezione di tesori o preferisci sposare questo cavaliere, rispettarlo, essergli fedele nella buona e nella cattiva sorte, e nuovamente sottolineo cattiva, lucidargli le corazze, stiragli le braghe, trovargli i calzini nei cassetti, aspettarlo mentre dice di essere fuori a caccia di draghi e invece chissà dov'è, sopportarlo mentre russa, il tutto finché morte, finalmente, non vi separi? Parla, io ti libero da ogni legame e incantesimo! Cosa vuoi?"

Silene si liberò le mani, allontanandosi dal palo. 
"Io voglio... io voglio..." disse "io voglio essere libera!"

E fuggì di corsa dalla spiaggia.
Giorgio, stravolto, si sedette sulla sabbia.

Allora il drago riprese a parlare. 
"Nella mia tana ho un barile di birra buona, Giorgio. Lo vado a prendere, ce lo beviamo qui e facciamo di quei rutti che in confronto i fuochi di San Vito sembreranno dei petardi. Che ne dici, Giorgio?"


domenica 23 aprile 2017

Un giorno da draghi



Oggi è la Giornata del Drago, ma qui sull'Orta l'abbiamo festeggiata ieri con questo evento.

Al mattino i ragazzi dei Consigli Comunali  hanno raccontato nel mezzo del mercato di Gozzano storie di draghi basate sulle antiche leggende.

Per farlo si sono serviti dell'antica arte del Kamishibai una "forma di narrazione che ha avuto origine nei templi buddisti nel Giappone del XII secolo, dove i monaci, utilizzavano gli emakimono per narrare ad un pubblico, principalmente analfabeta, delle storie dotate di insegnamenti morali".

In apertura vedete la struttura per far passare i disegni, esposti poi in mostra.



Nel pomeriggio si è scatenata una furibonda caccia al tesoro del drago, che ha visto sette squadre affrontarsi su prove basate non solo su abilità, capacità di osservazione, sapienza e affabulazione, ma anche sulla propria virtù, in quanto non basta essere più forti del drago, bisogna essere anche migliori!

Alla sera valigie di premi per tutti i partecipanti alla caccia, offerte dai commercianti di Gozzano e dall'ecomuseo.

I bambini hanno invece dato prova di abilità artistiche dedicandosi alla costruzione di draghi con vari materiali. Piccoli grandi lavoretti all'insegna della fantasia creatrice del drago.

Alla sera, dopo l'apericena del drago, si è tenuta una breve rappresentazione teatrale in cui è stata messa in scena una storia, "La fanciulla e il drago", ambientata in un villaggio sulla riva del lago in cui all'improvviso avvengono fatti inspiegabili, che preludono alla comparsa di un immenso drago uscito dalle placide acque.




Su consiglio di un malvagio mago, viene offerta in sacrificio una giovane e bella ragazza, Silene, ma l'arrivo di Giorgio, un aitante cavaliere, scompiglia i giochi, innescando una tenzone col drago che si concluderà in modo sorprendente.

Devo dire il testo messo in scena ieri sera, anche per la presenza tra il pubblico di molti bambini (uno dei più piccoli ha preso ad aggirarsi sulla sabbia nel mezzo della recita e il malvagio mago ha dovuto prenderlo per mano e riconsegnarlo alla mamma), è stato riscritto, alleggerito e censurato in alcune sue parti dal regista Floriano Negri (autore tra l'altro della incredibile trasformazione del trampolino da tuffi in drago) e da Domenico Brioschi (suggestiva voce narrante e "anima" del drago). Ne è risultata una storia molto divertente sul filo dell'ironia.

Se invece volete leggere la sceneggiatura originale dovrete attendere qualche giorno...





venerdì 7 aprile 2017

Torna la Giornata del drago!



"I cieli di questo mondo sono fatti per i draghi. Certi bambini (...) guardano su nel cielo azzurro d’estate e aspettano qualcosa che non arriva mai." (Robin Hobb)

La giornata del drago, il 23 aprile di ogni anno, è un'iniziativa avviata nel 2013 da alcuni appassionati di leggende e storie antiche. L'intento è quello di riscoprire e mantenere viva, in modo divertente e informale, la passione per la trasmissione di quel ricco patrimonio culturale immateriale che fa parte della tradizione dei luoghi e delle popolazioni. 
Ricordare il "drago" significa mettere in risalto quell'elemento di opposizione e sfida che segna simbolicamente ogni passaggio e ogni fase di transizione. 
"Che sia un semplice hobbit, un santo armato di lancia o solo di fede, un guerriero invincibile o un ragazzino con una cicatrice a forma di saetta, l’eroe, in quanto tale, a un certo punto della storia, deve per forza affrontare il drago per assurgere al suo ruolo di campione
Dal "manifesto del Drago" su http://giornatadeldrago.blogspot.it.

Come è noto, per il lago d'Orta la più antica vicenda tramandata, a cavallo tra storia e leggenda, ruota attorno alla figura di San Giulio e al suo incontro, su un'isola disabitata da cui ogni essere umano si teneva distante, con una moltitudine di draghi.
L'allontanamento di queste creature, che non ne comporta l'uccisione ma solo il confinamento sul Monte Camosino, è il presupposto alla costruzione della centesima e ultima chiesa edificata dal santo. Come in molte altre leggende la vittoria sul drago segna dunque l'inizio di quel processo di antropizzazione del luogo selvaggio da cui origina la civiltà.

A differenza di molte altre località, i draghi di San Giulio fanno parte di una tradizione locale con radici che verosimilmente affondano nella religiosità precristiana.

Non solo. L'isola di San Giulio, da oltre 1600 anni centro spirituale e culturale del lago d'Orta, ospita una curiosa testimonianza, una "reliquia" del drago. Si tratta di una grossa vertebra, conservata nella sacristia della Basilica, che il Cotta, alla fine del Seicento, descriveva come un osso "mostrato ai creduli visitatori" come testimonianza della presenza autentica e storica di quelle antiche creature.
Nella realtà si tratta di una vertebra di balenottera del Mediterraneo, subfossile e quindi non risalente ai tempi in cui effettivamente il mare occupava questi luoghi. Verosimilmente si tratta dell'osso di un animale approdato in età medievale su qualche costa marina, probabilmente in Liguria, e trasportato sull'isola quale "reliquia" analogamente a quanto accaduto in molte altre località. Resti di "draghi", che a un'attenta analisi si rivelano essere resti di animali esotici portati da qualche viaggiatore, sono del resto presenti in varie parti di Italia e costituiscono nel loro insieme una importante testimonianza di quella circolazione di reliquie che caratterizzava i tempi medievali.

Riteniamo che riscoprire le storie tramandate dalle leggende abbia anche un'importante valenza didattica in quanto consente ai ragazzi di sviluppare competenze importanti riguardanti la narrazione e, quando il racconto sia supportato da strumenti visivi autocostruiti, anche la manualità creativa.

Infine, la riscoperta del territorio, agita in modo attivo e creativo, riveste un'importante valenza nell'educazione delle nuove generazioni alla conservazione responsabile dell'ambiente e del suo patrimonio culturale.


Il programma della giornata

Sabato 22 aprile 2017, Ecomuseo del lago d'Orta e Mottarone, Comune di Gozzano, Associazione Fly Zone, Laboratorio di Arti Visive di Granerolo, Associazione Teatro dei Bisognosi, Associazione La Finestra sul Lago con la collaborazione del FAI Giovani Alto Novarese, dei CCR di Gozzano, Orta e Armeno organizzano a Gozzano la seconda edizione della Giornata del Drago.

Un mattino da draghi
Ore 10 nella piazza del mercato, narrazioni draghesche e kamishibai sulle storie e le leggende dei draghi a cura dei Consigli Comunali dei ragazzi. 
Il Kamishibai  ("dramma di carta") è una forma di narrazione che ha avuto origine nei templi buddisti nel Giappone del XII secolo, dove i monaci, utilizzavano gli emakimono per narrare ad un pubblico, principalmente analfabeta, delle storie dotate di insegnamenti mora

Un pomeriggio da draghi
Gozzano, Palazzo municipale

Caccia al tesoro del drago a squadre per adulti e ragazzi. Ogni squadra dovrà risolvere enigmi, giochi di abilità e destrezza, superando ogni sorta di ostacolo e trabocchetto disseminato dal drago  per conquistare l'ambito premio.
Possono partecipare squadre (3-5 partecipanti) già organizzate o singoli che verranno aggregati a una nuova squadra. I minori possono partecipare solo se accompagnati da almeno un maggiorenne responsabile.
Info e preiscrizione presso l'ecomuseo (tel. 0323.89622 ecomuseo@lagodorta.net) preferibilmente entro il 20 aprile. Accredito sabato 22 aprile presso la "Corte dei cavalieri" nel Municipio, entro le 14,30. Partenza della gara alle ore 15.
I vincitori riceveranno premi offerti dai commercianti di Gozzano.

Laboratori artistici e costruzione di draghi per bambini e genitori
Laboratori didattici e artistici (carta, materiali di riciclo, cartargilla) per bambini dai 4 anni. 
Per il laboratorio di cartonnage è suggerita la presenza di un adulto che potrà partecipare all'attività.
I laboratori si svolgeranno dalle 14,30 alle 17,30 nella Corte del Drago.

Al termine merenda draghesca, per i bambini iscritti ai laboratori, nella Corte del drago.


Gozzano, Lido 
Ore 19 Apericena del drago 
Info e prenotazione al n. 0322/913150).

Ore 21 La fanciulla e il drago. Rappresentazione teatrale.
Su un paese incantato sulla riva di un placido lago incombe una terribile minaccia. Chi salverà la fanciulla offerta in sacrificio? Prestate attenzione, perché nulla è come sembra quando il drago si risveglia.

A seguire, premiazione dei vincitori della caccia al tesoro del drago.

L'iniziativa è inserita nel programma E20, il ventennale (1997-2017) della nascita dell'Ecomuseo del lago d'Orta e Mottarone.

Per iscrizioni, info sui contenuti e i costi: ecomuseo@lagodorta.net; 0323.89622.

Le offerte raccolte, dedotti i costi organizzativi, saranno devoluti al progetto "I sentieri raccontano" mirato alla valorizzazione della Torre di Buccione.

sabato 1 aprile 2017

Un misterioso viaggiatore

Una certa agitazione si è diffusa stamattina a Orta. Tra i turisti che ricominciano a popolare il borgo è stato notato uno straniero dall'aspetto particolarmente inquietante. In cosa esattamente consistesse quest'aura negativa è però difficile dirlo con precisione.
Un negoziante della piazza, che ha chiesto di mantenere l'anonimato, ha parlato di gatti che soffiavano e proprietari di cani che faticavano a calmare i loro animali, che guaivano e cercavano di liberarsi dai collari. La cameriera di un bar ha riferito di essere letteralmente scappata dal tavolo a cui era seduto l'uomo. Interrogata ha confessato di non ricordare cosa l'avesse spaventata nel suo sguardo, ma ha giurato di non aver mai provato un terrore simile.
L'uomo, che viaggiava solo, è stato identificato come inglese da alcune frasi scambiate con un altro cameriere, a cui ha ordinato filetti di pesce persico, accompagnati da superalcolici in quantità sconveniente e in un orario decisamente insolito, senza peraltro dare minimamente segno di risentirne gli effetti nefasti.
Tutte le persone intervistate hanno peraltro dato segni, nervosi ma inequivocabili, di voler dimenticare al più presto questo sgradevole incontro. Infatti poche ore dopo, nuovamente sollecitati a fornire altri particolari, hanno negato rabbiosamente i fatti.
La visita del misterioso viaggiatore è stata comunque breve e si potrebbe pensare che sia stata solo il frutto di un sogno notturno o l'effetto di un'allucinazione collettiva, se non fosse per un oggetto caduto dalla sua tasca e trovato dopo la sua scomparsa.
Sul biglietto da visita era riportato: "Aleister Crowley, Netherwood Cl., Hastings" accanto a un simbolo esoterico.
Questo ritrovamento ha contribuito a rendere ancora più incredibile l'intera vicenda. Allo stato attuale, infatti, non è stato possibile scoprire cosa avrebbe spinto questo inquietante burlone a visitare il nostro tranquillo lago spacciandosi per un famigerato occultista morto settanta anni fa.


domenica 19 marzo 2017

I guardiani della soglia



Lì trovi lì, apparentemente paciosi e sonnolenti, davanti alla porta di antiche fortezze. Progressivamente s'infiltrano negli uffici pubblici, nei musei, nei luoghi dove si conservano i documenti e il sapere.
E dormono. Talora li scambi per dei cuscini, salvo quando ti salutano con un lieve miagolio. A volte ti si strofinano sulle gambe, come se volessero imprimere il loro marchio su coloro che li accolgono e ospitano. 
E aspettano. Noi non sappiamo cosa, o chi. E intanto loro sono lì, che osservano. Pronti ad agire, quando verrà il momento...

sabato 4 febbraio 2017

Il mistero di Sugarman

Guardo ormai raramente la TV alla sera, ma ieri, complici gli strascichi dell'influenza mi sono concesso un po' di divano. Dopo uno speciale su Antonella Ruggiero, cantante davvero straordinaria, mi accingevo a raggiungere il letto, essendo ormai passata la mezzanotte, quando lo zapping mi portò su Rai 5. 
Stava iniziando un documentario, di cui confesso non avevo mai sentito parlare, in cui si raccontava di un cantante, un certo Rodriguez. Immagino che chi l'ha visto sappia già tutto. Per gli altri proseguo nel racconto, dicendo che la storia riguardava questo famoso cantante, Rodriguez appunto.
"E chi è mai questo Rodriguez?" mi domandai già in piedi e con un dito sul tasto off del telecomando. Incuriosito continuai ad ascoltare.
C'erano alcune interviste a dei sudafricani bianchi che dicevano che Rodriguez era stato l'ispiratore dei primi movimenti anti apartheid, con un'influenza e una notorietà che nemmeno Elvis Presley e con la vendita di milioni di dischi. Ma che nessuno sapeva chi fosse questo misterioso Rodriguez.
Mi sedetti sul divano e dimenticai il telecomando.
Ascoltai rapito l'indagine su questo misterioso musicista, le cui bellissime canzoni fungevano da colonna sonora. Un appassionato musicologo sudafricano si era imbattuto in un "detective" musicale e insieme avevano dato avvio alla ricerca, incontrando molte porte chiuse, false piste e voci su una morte spettacolare, con un suicidio sul palco davanti al pubblico. 
Ma i due erano di quelli che non si rassegnano, così continuarono la ricerca pubblicando online la storia e il materiale che avevano, lanciando un appello: chi ha visto Rodriguez?

Ora, se non volete conoscere la fine della storia, potete fermarvi qui, andare a questo link e cercare il documentario. Oppure potete proseguire la lettura tranquilli fino alla fine. In ogni caso vi consiglio di vederlo, dal momento che questo post non è in grado nemmeno lontanamente di riprodurre la magia delle canzoni e il fascino di questa storia.

All'appello online rispose una voce, quella della figlia di Rodriguez, che riconobbe l'immagine del padre e rivelò che era vivo e vegeto.
In sostanza si scoprì che mentre negli USA aveva venduto praticamente zero, in Sud Africa era una star, ma di questo successo era totalmente ignaro, perché i soldi della vendita dei dischi erano finiti chissà dove. Così Sixto Rodriguez aveva abbandonato praticamente la carriera di musicista per dedicarsi a quella di modesto operaio, senza tralasciare peraltro quell'impegno sociale di cui sono piene la sue canzoni, e conseguendo la laurea in filosofia.

L'arrivo in Sud Africa per la turneé che venne organizzata è eroicomico, con Rodriguez e le figlie che si scansano per lasciare passare le limousine ("perché la gente importante va di fretta e noi rischiamo di essere d'impiccio") venute invece a prendere loro. Con la band sudafricana, nata proprio ispirandosi a Rodriguez, che avrebbe dovuto suonare in apertura del concerto e che scopre che lui non ha una propria band e che quindi suonerà con lui. Con il pubblico che riempie i cinquemila posti incredulo, come andando ad assistere al concerto di un Jimi Hendrix redivivo.
Questo accadeva nel 1998, ma la leggenda di Rodriguez ancora restava confinata in Sud Africa, benché la notizia cominciasse a trapelare negli USA, destando l'incredulità dei colleghi operai, che di fronte alle foto inizialmente pensavano a uno scherzo o un fotomontaggio e poi cominciavano a chiedere di poter avere un CD. Cosa praticamente impossibile, perché non era più distribuito negli States. 
Da quel momento però la sua fama comincia nuovamente a crescere, con altri tour in Sud Africa, Australia (altro paese in cui aveva avuto un certo successo) e finalmente i suoi album sono nuovamente pubblicati.
Nel 2012 il regista svedese Malik Bendjelloul realizza il documentario Searching for Sugar Man, che vince l'Oscar come migliore documentario nel 2013 (che è quello visto ieri sera). La consacrazione è ormai planetaria. Rodriguez ha una seconda vita artistica, durante la quale ha compiuto varie tournee in giro per il mondo e anche in Italia.
Se volete maggiori informazioni su questa leggenda fortunatamente vivente vi consiglio di vistare il sito Sugarman.org che raccoglie molte informazioni sulla sua storia.
Oppure potete leggere il libro di Stephen "Sugar" Segerman e Craig Bartholomew Strydom, che sono i due "detective" sudafricani autori della ricerca. Il titolo è "Sugar Man. Vita, morte e resurrezione di Sixto Rodriguez"


lunedì 23 gennaio 2017

Donne e motori, son gioie e dolori



L'Intortatore ha sempre avuto due passioni, una su quattro ruote e l'altra su due gambe, anche se recentemente ha scoperto anche un tardivo amore per le due ruote a pedali. Non so dirvi se per i dolori che l'una e l'altra gli hanno sempre dato o piuttosto per il desiderio di mantenersi in forma seguendo la moda.

Anche in questo campo ovviamente il rispetto delle regole è quello dell'italiano medio che ben rappresenta. Pretende misure dure, anzi durissime, con gli altri e immunità larghe, anzi larghissime per se stesso.
Se una bandiera unisse questa schiera, starebbe legata al dito medio con cui saluta ogni cartello di divieto. E quando questo non è isolato, ma viene reiterato due, tre volte, ecco alzarsi forte la sua voce contro lo Stato che conculca le libertà individuali.
Una cosa del genere gli successe qualche mese fa, sulla tangenziale di Borgomanero, che imboccò in bicicletta di gran carriera, sbeffeggiando i tre o quattro cartelli, di varie dimensioni, posti all'imbocco, esponenti chiaramente il divieto di accesso per i ciclisti.
L'idea di rinunciare a percorrere quel tratto gli parve la violazione del primo emendamento, non scritto, alla Costituzione:
"Ho il diritto a fare ciò che voglio finché non mi beccano".
E così via a far forza sui pedali, sentendosi un novello Sante Pollastri, per superare quel breve tratto in salita prima di incrociare qualche pattuglia della stradale. La cima, sempre più vicina, profumava già di vittoria, quando avvenne l'imprevisto. Proprio all'inizio della discesa, praticamente invisibile, si celava una giunta metallica tra i due tratti del ponte, con fessure così larghe da rivelarsi un'autentica trappola per i ciclisti. 
Troppo tardi l'Intortatore comprese che il divieto era posto in maniera così reiterata non già per un generico capriccio dell'ente competente, ma per sgravarlo da qualsiasi responsabilità in caso di incidente, in ottemperanza al secondo emendamento non scritto della Costituzione:
"Io te l'ho detto, poi arrangiati".
La ruota finì imprigionata tra le lastre metalliche, spezzandosi e proiettando il nostro sul duro asfalto. Lo vidi così, malconcio e ammaccato accanto alla sua bici altrettanto malmessa, quando arrivai in auto qualche minuto dopo.
Feci finta di niente e passai oltre, obbedendo al terzo emendamento, altrettanto non scritto:
"fatti i fatti tuoi e camperai cent'anni".

domenica 15 gennaio 2017

Svelato il mistero del mostro del Loch Ness?



Sui giornali corre voce che un fotografo dilettante di 58 anni, Ian Bremner, avrebbe fotografato il celeberrimo mostro di Loch Ness, il più famoso di tutti i mostri di lago. Il fatto che Bremner lavori in una fabbrica di whisky potrebbe far sorgere facili ironie, se non fosse che in questo caso abbiamo la prova regina. Una foto, piuttosto nitida, del "mostro" sinuosamente guizzante tra le onde. 

Non la statica figura immortalata nella celeberrima foto del 1934, scattata da Robert Kenneth Wilson, che finì sulle pagine dei giornali dell'epoca, contribuendo ad alimentare la leggenda del "mostro del Loch Ness". E attirando frotte di turisti, studiosi di criptozoologia e pazzi di vario genere. 

Tra questi il più tenebroso fu certamente l'occultista e negromante Aleister Crowley che visse in una grande villa sul lago, chiamata Boleskine House. La storia di questa abitazione sconfina in una leggenda in cui è difficile distinguere tra verità e fantasia. Si dice che vicino ad essa sorgesse un tempo una chiesa, bruciata con i fedeli che si erano radunati in preghiera.

Abbandonata da Crowley, con tutti i suoi misteri e le voci sui terribili misfatti che vi si sarebbero svolti, la casa restò a lungo disabitata, fino a quando fu acquistata nel 1970 da Jimmy Page, chitarrista dei Led Zeppelin. Dieci anni dopo però, a seguito di una serie di sciagure che avevano colpito la band, egli si convinse a venderla.

Ma torniamo al mostro, che secondo la leggenda era già attivo ai tempi di San Colombano, nel sesto secolo dell'era cristiana. A quei tempi, correva l'anno 566, una bestia strisciante uscì dall'acqua e uccise un uomo, prima di essere cacciata dalle preghiere del santo.
Dopo decenni di "caccia" a Nessie, come viene affettuosamente chiamato il mostro, ecco finalmente che la foto di Bremner ci restituisce un'immagine chiara dell'oggetto.

È infatti ormai dimostrato che la "foto del chirurgo", scattata da Robert Kenneth Wilson nel 1934 fu un falso, realizzato montando una sagoma su un minisommergibile. 

In quella di Bremner, scattata pochi giorni fa, si vede invece chiaramente la testa dell'animale, dalla forma che ricorda la testa di un cane, che corrisponde a quello di... una foca comune. Seguita da altri due simili che saltano tra le onde, sollevando molti spruzzi. Non posso proporvi l'immagine, non disponendo delle autorizzazioni, ma potete facilmente vederla in questo articolo.

L'andamento apparentemente sinuoso del nuoto e l'improvvisa sparizione sott'acqua potrebbe essere alla base di alcuni degli avvistamenti succedutisi negli anni.

A questo punto viene da chiedersi se anche il famoso "mostro" di San Colombano non fosse in realtà una foca grigia, animale più grande della foca comune e molto diffuso sulle coste del Mare del Nord. Questi animali, grandi come un lottatore di sumo, nascondono infatti dietro gli occhioni dolci un animo da spietati serial killer. Per lungo tempo si è creduto che la loro dieta si limitasse ai pesci, mentre recenti osservazioni hanno dimostrato che praticano il cannibalismomentre analisi condotte con il DNA le hanno smascherate come uno dei principali killer di delfini "per puro divertimento".

Attaccare la preda sulla terraferma, trascinandola in acqua per finirla è peraltro una delle tecniche di caccia delle foche. Recentemente, nei mari antartici, si è avuto un attacco, purtroppo mortale, da parte di una foca leopardo (specie peraltro assente nel Mare del Nord) ai danni di una giovane biologa inglese.

Dobbiamo quindi considerare risolto il caso del "mostro del Loch Ness"? Lasciamo agli scienziati il compito di dire una parola definitiva sull'argomento. Nel frattempo torniamo ad occuparci dei mostri del nostro lago d'Orta.

Abbiamo, infatti, anche noi un santo, Giulio di Egina, che attorno all'anno 390 (quindi quasi due secoli prima di San Columba) allontanava terribili mostri in forma di drago dall'isolotto al centro del lago, per confinarli, senza ucciderli, in una parte scoscesa e inaccessibile della costa...

domenica 25 dicembre 2016

domenica 4 dicembre 2016

A6 Fanzine e David Bowie



Il n. 35 di A6 Fanzine contiene un omaggio a David Bowie

"La sua stella brilla lassù, da qualche parte nello spazio. A noi quaggiù ne è rimasta quella lucentezza ispiratrice, camaleontica e geniale che ha contribuito a rendere David Bowie una stella del firmamento musicale.

Musica, cinema e arte si sono sempre fuse tra loro nell'essere David Bowie, ma mai uguale a se stesso, sempre variando ed evolvendo, rigenerandosi in diverse figure leggendarie, tracciando un solco nella storia della musica che difficilmente qualcuno saprà ripercorrere.

David Bowie è stato unico, la sua musica inconfondibile.

A6 Fanzine omaggia l'uomo delle stelle con un numero a lui dedicato, con illustrazioni, vignette, fumetti, giochi, storie, poesie e fotografie, in un universo che vede protagonista David Bowie.

Nei colori e nelle forme di linguaggio che tentano di raggiungere quella stella nell'universo, per un ultimo saluto."

Per visualizzare i contenuti, sfogliare A6 Fanzine gratis online o acquistare una copia seguite questo link.

Su questo numero trovate anche un raccontino dell'Errante, dal titolo "Il Duca". 

Un omaggio a uno dei tanti grandi che ci hanno lasciato quest'anno, un personaggio poliedrico e geniale di cui abbiamo parlato su questo blog in alcuni post che potete rileggere qui.


sabato 19 novembre 2016

Torniamo a Boca



Lasciamo l'Antonelli e i suoi misteriosi edifici e torniamo a Boca. Perché vale la pena chiedersi quale sia l'origine attorno a cui si sviluppò l'impianto di questa colossale fabbrica, che nemmeno le avversità riuscirono a fermare.

Abbiamo detto che all'origine del Santuario ci sarebbe una semplice edicola, costruita attorno al 1600. Che questo sia il vero cuore del Santuario lo si comprende anche dalla rivolta degli abitanti contro l'Antonelli che voleva spostarla.

"Lì è sempre stata, lì deve restare!" fu la risposta.

Ma lì dove? Perché in fondo, tentava di spiegare l'architetto, si trattava di poche decine di metri e la cappella poteva essere spostata intera.

"Lì è sempre stata, lì deve restare!" era sempre la risposta.

Cosa c'era sotto? Una roccia poteva essere sostituita da una base di pietra. Erano forse le parole del Vangelo ad ancorarli in quel fermo rifiuto?

"Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia." (Mt 7, 24-25)

O era un'altra la motivazione? Qualcosa che induceva a ritenere sacra proprio la pietra su cui era stata edificata l'edicola votiva e attorno a cui era sorto il santuario?

Se facciamo il giro dell'edificio la vediamo ancora, rossastra e molto differente da quelle che normalmente si vedono dalle nostre parti. Non che sia l'unica, naturalmente, perché qui in tempi geologici sorgeva un immenso sistema vulcanico che ha lasciato tracce su un'area vastissima.

Ma forse in quel luogo quella roccia particolare si trovava accanto ad altri elementi che da tempi immemorabili costituivano lo scenario sacro delle antiche religioni pagane: un corso d'acqua, un guado per attraversarlo, l'incrocio di più strade.

Avevano il loro bel gridare dal pulpito i vescovi. Come Eligio di Noyon che nel VII secolo ammoniva i cristiani delle Fiandre: “Nessun cristiano dovrebbe mostrarsi devoto agli dei del trivio, dove tre strade si uniscono, né partecipare alle feste delle rocce, delle sorgenti, dei boschi o degli angoli.”

E come il Vescovo di Novara Cesare Speciano che nella Sinodo del 1590 rilanciava i medesimi ammonimenti.

L'unico modo per farla finita con queste tradizioni inestirpabili, visto che non si potevano affidare tutte le pecorelle smarrite alle cure dell'Inquisizione (se non altro, chi avrebbe pagato le decime dopo?), era quella di trasferire la devozione da luoghi troppo carichi di simbologie pagane a costruzioni di chiara impronta cristiana. 

"Se proprio devono andare in quei luoghi a pregare perché piova o per avere figli o guarire dalle malattie, ebbene, almeno lo facciano davanti a un'immagine cristiana!" Questo a grandi linee il pensiero che mosse i Vescovi della Controriforma.

Da qui in quegli anni il moltiplicarsi di edicole sacre nei boschi, accanto alle sorgenti, nei punti di incontro di più strade. 

A Boca su quella roccia rossastra sorse dunque una cappella, con l'immagine del Crocifisso il cui sangue era raccolto in una coppa da un angelo. L'immagine raffigurava due anime purganti, immerse in un mare di fiamme, che levavano lo sguardo supplice al Cristo in croce. Il rosso come colore dominante, dunque, e severo ammonimento per chiunque.

Così a Boca si continuò ad andare a posarsi sulla roccia per guarire dal mal di schiena e per chiedere la grazia di avere figli, ma all'interno di un contesto cristiano. La roccia, prudentemente, fu lasciata in parte all'esterno dell'edificio, così che i pellegrini potessero discretamente sedervisi sopra, senza dare troppo nell'occhio e senza scandalo per alcuno.

Nel tempo il Santuario si caricò di ulteriore sacralità, ma è proprio da lì che è partito il nostro viaggio e lì deve finire. 



mercoledì 2 novembre 2016

Antonelli, un architetto muratore



Alessandro Antonelli, l'architetto che progettò, tra le altre cose, anche il santuario di Boca era un uomo che amava le sfide: progettare ai limiti delle possibilità tecniche della sua epoca, creando edifici "impossibili", di un'arditezza che sfiorava la follia, almeno agli occhi di coloro che non erano capaci di osare.

Così a Torino, dove costruì la celebre Mole che porta il suo nome, progettò e realizzò un edificio decisamente bizzarro, che è noto ai torinesi col nome di "Fetta di polenta". Come compenso per il suo lavoro gli era stata ceduta una striscia di terreno, attualmente all'angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo. Lunga e stretta, ma edificabile. I vicini però, probabilmente puntando a farsela svendere, non cedettero nemmeno un metro delle loro proprietà e così il piano di allargamento fallì. A quel punto l'architetto decise di costruire ugualmente una casa di quattro piani, avente i lati corti di 4 metri da una parte e 57 cm dall'altra, con un appartamento per piano con scala a chiocciola, a cui poi ne aggiunse altri due e, anni dopo, un settimo.

Casa Scaccabarozzi, dal nome della moglie di Antonelli, fu considerato un edificio folle e pericoloso, incapace di reggere ai venti che spirano dalle Alpi. Così lui ci andò a vivere per dimostrarne l'affidabilità. In seguito la casa dimostrò la sua solidità, resistendo indenne all'esplosione della polveriera di Borgo Dora nel 1852, al terremoto del 1887 e ai bombardamenti dell'ultima guerra. Eventi che lesionarono o distrussero invece molti edifici della zona.
A cosa si deve la solidità della "fetta di polenta"? Al fatto di essere una “casa fatta con l’aiuto del diavolo, al solo scopo di vincere una scommessa, non certo per ospitare il focolare di gente per bene” come disse qualcuno? O piuttosto al fatto di essere stata ben progettata e di avere ben due piani sotterranei che danno solidità a tutto l'edificio? 

Di ricorso a simbologie esoteriche del resto si parla parecchio quando vengono analizzate le costruzioni dell'Antonelli. Non ho elementi per confermarlo né smentirlo, ma è stato ipotizzato che fosse iscritto alla Massoneria. La stessa cupola del San Gaudenzio a Novara sarebbe niente meno che una costruzione "in codice" per i numerosi elementi esoterici che vi ricorrono. Un vero simbolo massonico che si sovrappone alla chiesa cinquecentesca, di cui i profani non sarebbero consapevoli, ma perfettamente leggibile da parte degli iniziati...


La foto del San Gaudenzio a Novara è una cortesia di Elena Grossini.

mercoledì 26 ottobre 2016

Ciao Smilzo



Ho saputo poche ore fa che un amico se n'è andato, dopo una breve, ma inesorabile malattia.

Avevo conosciuto Roberto iniziando a collaborare con Siamo in Onda, un programma che per cinque stagioni animò le frequenze di Puntoradio.

Lo Smilzo, come si divertiva a farsi chiamare, aveva un ruolo chiave all'interno dello staff, occupandosi di molti aspetti tecnici, curando alcune rubriche e gestendo la parte fotografica che veniva poi riversata nel blog e sul Facebook.

Proprio per questo per molto tempo fui il suo incubo ricorrente e lui il mio. A quei tempi avevo deciso di mantenere segreta l'identità di Alfa dei Misteri. Così era sempre una caccia all'inverso, con lui che inquadrava la scena cercando di tagliarmi fuori e io che mi defilavo. Ogni tanto per sbaglio finivo nell'inquadratura e allora lo costringevo a rifare la foto. Perché in effetti lo Smilzo fu un complice fondamentale nel riuscire a mantenere il segreto. 

Alla fine decisi che i tempi erano maturi per togliere la maschera. Inutile dire che a quel punto Roberto si scatenò e si mise a fotografarmi appena ne aveva la possibilità. E ogni volta mi lanciava uno dei suoi sorrisi d'intesa, come a dire "adesso non mi scappi più!".

Ora che se n'è andato a fotografare gli angeli, voglio ricordarlo con questa foto a cui sono particolarmente affezionato, che mi scattò in una sera particolare, riuscendo a cogliere la felicità che mi ardeva dentro in quel periodo.

Grazie Roberto, fai buon viaggio!


lunedì 17 ottobre 2016

Tra storia e leggenda


Quando si parla di santi antichi, si parla di vicende ai confini tra storia e leggenda. E se ne sentono sempre delle belle, perché i santi di quel periodo non sono mai noiosi: incontri con draghi, armi dotate di poteri mistici, principesse, coraggiosi cavalieri lanciati all'attacco contro orde di nemici disumani simili a orchi e via discorrendo...


lunedì 10 ottobre 2016

Tempesta sul santuario



Correva l'anno 1907 e un esercito era in marcia verso il Santuario di Boca. Non si trattava di invasori, ma di una simulazione. L'esercito italiano, diviso in due fazioni, si preparava a respingere una possibile invasione attraverso le Alpi.


Una parte delle truppe, in marcia sotto una pioggia battente, si dirigeva verso il santuario che avrebbe ospitato i militari per la notte. A quel tempo l'Antonelli era morto da un pezzo e i lavori erano stati portati avanti con delle modifiche. C'era ancora molto da fare e da costruire, ma quel 30 agosto tutti avevano abbandonato il cantiere per via di quello spaventoso temporale.

E mentre i soldati marciavano sempre più lentamente sotto la tempesta, i venti e la pioggia diventavano sempre più forti, togliendo la vista e rendendo impossibile camminare.

Il nubifragio si fece così forte da far vibrare le mura del Santuario. Battute dall'acqua, dal vento e infine dal fulmine rovinarono a terra in un breve istante.

Quando i soldati arrivarono, invece della chiesa che avrebbe dovuto essere il loro riparo per la notte e avrebbe potuto diventare la loro tomba, trovarono un cumulo di macerie nel santuario sventrato.

Ci fu chi gridò al miracolo, per la strage sfiorata. E pazientemente ricominciò l'opera dei costruttori...

mercoledì 3 agosto 2016

La casa dei venti


Se andate a Boca non in cerca di miracoli, ma di misteri il consiglio che posso darvi è di lasciare la macchina nel posteggio davanti al santuario e proseguire a piedi sulla strada asfaltata, che si insinua tra le colline coltivate a vite. 
Detto per inciso, il vino che nasce a Boca è particolare per via dei terreni, molto diversi da quelli delle altre zone del novarese, che hanno la loro origine geologica in un gigantesco vulcano estinto. Le radici ne traggono sostanze nutritive particolari e gli estimatori del vino ringraziano per la qualità del medesimo.
Ma se non vi fate attrarre dall'osteria, dove gli anziani giovanotti del paese si accalorano giocando a carte, e iniziate a percorrere la strada che lascia il Santuario, dopo poco vi imbatterete in un edificio che vi farà strabuzzare gli occhi.
Una strana torre vi si parerà davanti, difficile sulle prime da decifrare. Un po' alla volta riuscirete a individuarne le stanze ottagonali sovrapposte che s'intersecano con le due torrette sempre a otto lati. Diverse porte finestre in stile neogotico sembrerebbero voler invitare l'aria ad entrare nella Casa dei Venti, se non fosse per quelle persiane, alcune delle quali chiuse da moltissimi anni.
Un mistero aleggia attorno a quella costruzione. Si dice che l'Antonelli, nei suoi soggiorni a Boca legati al cantiere del Santuario, vi si recasse. Ma soprattuto che vi abitasse una misteriosa signora, che usciva raramente accompagnata da un'anziana domestica, sempre vestita di nero e sempre velata.
Secondo alcuni la signora sarebbe stata una sorella minore dell'Antonelli, vedova di uno sfortunato ingegnere, che prima di morire le avrebbe trasmesso il morbo da cui era affetto: il licantropismo emofilo!
Un licantropo dunque? O un vampiro? Niente di particolarmente truculento in realtà perché in paese sembra non sia successo mai nulla di strano. Né ululati nella notte, né sparizioni, o efferati omicidi e nemmeno misteriose morti per anemia.
Solo qualche pettegolezzo attorno a quella misteriosa signora velata, presto soffocato dalla noia di una vita tranquilla e riservatissima.
Ma che malattia è, realmente, il "licantropismo emofilo"? Una malattia che porta alla repulsione per la luce che forse l'Antonelli sperava di guarire con la vicinanza al santuario?
O piuttosto una di quelle malattie immaginarie dietro cui si nascondono altre più concrete ma vergognose affezioni?
Probabilmente non lo sapremo mai. Del resto non è nemmeno chiaro se la Casa dei Venti sia stata costruita dall'Antonelli, come pare probabile, o da altri. Ma da chi in questo caso?
Del resto il nome dell'Antonelli è legato a costruzioni piene di significati esoterici, come sembra a prima vista la torretta di Boca.
Ma prima di tornare a parlare dell'architetto e delle sue misteriose costruzioni occorrerà finire la storia del Santuario.

Ne parleremo presto... 

domenica 10 luglio 2016

Il Santuario, il Vescovo e l'Architetto



Il grande afflusso di pellegrini e, conseguentemente, di offerte indusse le autorià religiose a progettare un ampliamento del santuario di Boca. L'idea di costruire un porticato che unisse la chiesa allo scurolo fu lanciata nel 1819 dal Vescovo di Novara Giuseppe Morozzo. Per completare l'opera si dovette addirittura deviare il corso del torrente Strona per far spazio alle nuove costruzioni. Gli abitanti si prestarono entusiasti all'impresa, che prometteva di rendere il santuario ancora più splendido e visitato.
A proposito del Vescovo Morozzo, c'è da dire che resse la diocesi per circa 25 anni e fu un gran promotore di nuove edificazioni religiose. Tra queste, ad esempio, l'abbattimento del castello altomedievale sull'Isola di San Giulio per fare spazio al nuovo seminario. Ai nostri tempi un simile decisionismo si schianterebbe contro la tutela dei monumenti storici. All'epoca il desiderio del nuovo prevaleva su ogni altra considerazione.
Fu proprio questo clima a creare l'occasione giusta per un giovane e talentuoso architetto nativo di Ghemme, ma residente a Maggiora, che sarebbe passato alla storia per le sue arditissime costruzioni, che sfidavano i limiti delle tecniche costruttive dell'epoca.
Alessandro Antonelli che in seguito costruirà a Torino la Mole Antonelliana e a Novara la cupola del San Gaudenzio, non potendo intervenire sulla pianta del santuario di Boca propose di lavorare sulla verticalità, progettando un campanile alto 119 metri. Antonelli, oltre al talento del progettista, pare avesse anche un'altra abilità: quella di essere un grande affabulatore, capace di incantare i committenti e convincerli della bontà dei propri progetti.
Le opere presero quindi il via, ma le difficoltà si fecero presto sentire. Le condizioni metereologiche sfavorevoli, come il freddo e la penuria di acqua, che impedivano di portare avanti i lavori nel periodo invernale in cui ci sarebbe stata a disposizione molta manodopera libera dalle coltivazioni; la scarsità di materiali; e non ultima una crescente opposizione da parte degli abitanti. Che in particolar modo si opposero allo spostamento della sacra immagine della cappella. 
"Lì è sempre stata, lì deve restare!"
Segno questo che oggetto della tenace devozione popolare non era solo l'immagine, ma anche la roccia su cui era fondata l'edicola.
A rendere il tutto più complicato c'erano forse anche alcune voci che aleggiavano attorno all'Antonelli e a uno strano e misterioso edificio che aveva voluto costruire poco distante dal santuario.

Ma di questo vi parlerò la prossima volta...


domenica 3 luglio 2016

Vado a Boca a piedi!



I miei passi inquieti mi hanno condotto in un luogo che per secoli è stato, ed è tuttora, meta di pellegrinaggi. Il santuario del Santissimo Crocifisso si trova nel comune di Boca, terra di vigneti che ancora oggi caratterizzano il paesaggio.
L'interno di questa grande chiesa è pieno di ex voto, che nel loro linguaggio semplice e immediato, testimonianza di un'arte assolutamente popolare, raccontano storie di grazie ricevute, guarigioni e salvataggi al limite del miracoloso e forse oltre. 
Anche le origini del santuario affondano nella leggenda. In principio esisteva una semplice edicola, costruita attorno al 1600, con l'immagine del Crocifisso il cui sangue era raccolto in una coppa da un angelo. Due anime purganti, immerse in un mare di fiamme, levavano lo sguardo supplice al Cristo in croce. L'edicola si trovava a circa un chilometro da Boca, vicino al torrente Strona, in un luogo che all'epoca doveva essere assai selvaggio. Si dice che fosse stata edificata in ricordo della tragica morte di una coppia di sposi, ma i contorni di questo episodio restano sfumati.
La cappella, che probabilmente sorgeva in un luogo già meta di devozione popolare, cominciò ad attrarre sempre più pellegrini soprattutto dopo due episodi giudicati miracolosi: la guarigione di un ragazzo epilettico e, forse soprattutto, la misteriosa vicenda accaduta a un viandante.
Proprio nei pressi della cappelletta Giovanni Battista Curioni, mercante di stoffe, venne assalito dai briganti. A quel tempo i banditi di strada erano numerosi e, temendo la vendetta della legge che prevedeva la forca per chi si macchiava di questi delitti, sovente preferivano non lasciare scomodi testimoni in vita. Il Curioni vedeva già davanti a sé una feroce morte, quando avvenne qualcosa di inspiegabile. Campane invisibili cominciarono a suonare a stormo, come accadeva quando si dava la caccia ai briganti, e in risposta si alzò l'urlo di una folla altrettanto invisibile. I malviventi, terrorizzati, si diedero alla fuga lasciando libero il mercante.
Questo per lo meno è quanto raccontò lo stesso Curioni, perché evidentemente altri testimoni non erano presenti. E come ringraziamento per lo scampato pericolo decise di investire del suo per costruire un santuario.
Non era insolito, in quegli anni, che i mercanti donassero una parte del frutto del loro successo commerciale nella costruzione di edifici religiosi. Sul vicino lago d'Orta, ad esempio, il boletese Pietro Paolo Minola aveva deciso di costruire, come ex voto, un santuario dedicato alla Madonna sullo scoglio roccioso di Boleto che sovrasta il lago guardando all'isola. E subito folle di pellegrini si erano riversati sul luogo, donando offerte generose per contribuire all'opera di fede. 
Il santuario cusiano era stato terminato nel 1748, anche se la consacrazione dovette attendere fino al 1771. Il 16 agosto 1768, invece, cominciarono i lavori per la costruzione del santuario di Boca, che durarono cinque anni. 

Si trattava però solo del primo passo di una lunga storia...

(continua)


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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.