mercoledì 19 marzo 2014

Le disavventure di un compositore





Era rimasto orfano giovanissimo e fu allevato da uno zio. Aveva la passione per la musica e lo spettacolo nel sangue, un po’ meno quella per la scuola. Ma spesso seguire le proprie inclinazioni porta a risultati migliori di quelli che si sarebbe potuto ottenere seguendo una strada più canonica.
La carriera di compositore di Mario, questo era il suo nome, fu subito segnata da un incidente che avrebbe potuto costargli caro. Era il 1939 e una canzone di cui aveva scritto il testo divenne un grande successo. Poco dopo fu convocato nell’ufficio della Censura.
«Confessate voi» il lei era stato abolito per decreto «di aver scritto codesto testo?»
«Certamente.»
«Non sapete voi che a Livorno è stato affisso un foglio sulla statua in costruzione del defunto eroe del fascismo, nonché padre del genero di Duce, Costanzo Ciano, recentemente scomparso? E non sapete che il testo ivi riportato recitava: “Maramao perché sei morto?/ Pane e vin non ti bastava,/ l'insalata era nell'orto/ e una casa avevi tu”. Testo che voi avete poco fa confessato di aver scritto!»
«Ma la canzone è dedicata a un felino. Maramao è un gatto, anche se la canzone è stata scritta prendendo ispirazione da un’antica canzone popolare abruzzese “Mara maje”, che significa “Amara me”. In ogni caso ho scritto la canzone prima della morte di Ciano. Potete controllare.»
«Un gatto, dite? Andate, ma ricordate che vi tengo d’occhio…»


Passò un anno, venne un nuovo successo. E Mario fu nuovamente convocato dal Censore.
«State esagerando! Intendevate forse voi offendere Sua Eccellenza Achille Starace con i vostri versi?”
«Non capisco…»
«Ascoltate: “Ma Pippo Pippo non lo sa / che quando passa, ride tutta la città”… Tutti pensano che si tratti di una presa in giro del Segretario del Partito Fascista!»
«Ma che dite? è una bonaria presa in giro di un amico, Pippo Barzizza.»
«Un amico, dite? Andate, ma ricordate che vi tengo d’occhio...»


Passarono un paio d’anni e un nuovo successo portò Mario di nuovo davanti al Censore.
«Ora basta! La cosa non può più essere tollerata! Questa volta avete mancato di rispetto a Lui!»
«Non capisco…»
«Non avete scritto voi queste parole: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”?»
«Certamente, ma…»
«E non sapete voi che i componenti della Camera dei Fasci sono esattamente 550? E se loro sono i pifferi, chi dobbiamo pensare che sia il tamburo che li comanda?»
«Ma io non sapevo nemmeno che fossero 550! Scrivo canzonette, mica mi occupo di politica. Ho scritto cinquecentocinquanta per un’esigenza metrica del testo.»
«Un’esigenza metrica del testo, dite? Andate, ma d’ora in poi dovrete sottopormi preventivamente i testi per l’autorizzazione. E ricordate che vi tengo d’occhio...»

Per fortuna poco dopo il regime crollò in una sola notte, anche se ci furono ancora lunghi mesi di guerra.

Nel dopoguerra le cose sembrarono andare meglio. La canzone Grazie dei fiori fu cantata a Sanremo da Nilla Pizzi e divenne una hit, seguita l’anno dopo da un altro straordinario successo, sempre interpretato dalla Pizzi: Papaveri e papere.

La censura non era più quella di una volta e Mario non fu convocato da nessuna parte. Ciononostante ci fu chi vide nei versi “Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti, / e tu sei piccolina, e tu sei piccolina” un riferimento al piccolo, di statura, Amintore Fanfani, contrapposto agli alti papaveri della Democrazia Cristiana, la quale a sua volta s’impossessò dell’immagine dei papaveri, ritraendo in un manifesto elettorale una forbice democristiana nell’atto di tagliare, col voto, gli alti papaveri comunisti.

Forse per questo motivo il Mario, che per il fascismo era stato antifascista, cominciò a essere guardato con sospetto dai simpatizzanti del socialismo reale. Così Aveva una casetta piccolina in Canadà venne vista come inno di una piccolo borghese “adesione senza riserve ai principi dominanti: lavorare sodo senza discutere, tollerare illimitatamente il sopruso, e via di questo passo” come scrisse qualche critico di stretta osservanza.

Lui non se la prese, del resto riferiva divertito le sue disavventure con la censura pre bellica, e continuò a scrivere canzonette. Tra queste una per lo Zecchino d’Oro, Lettera a Pinocchio che arrivò seconda, ma divenne un grande successo nell'interpretazione che ne diede Johnny Dorelli e che fu interpretata anche da  Bing Crosby, che non fu l’unico dei grandi cantanti americani a dar voce ai suoi successi.

Il nostro, il cui nome per chi non l’ha capito era Mario Panzeri, diceva di non esser fatto per le medaglie. Una volta, invitato a Los Angeles per ritirare un premio, rinunciò all’ultimo minuto e se ne andò con la moglie sul Lago d’Orta, posto che diceva di avere sempre nel cuore, dove aveva una casetta con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà.

mercoledì 12 marzo 2014

La pietra misteriosa


Esiste un luogo, nel territorio un tempo noto come Castelli Cusiani, la cui memoria è associata a un crimine rimasto impunito. I protagonisti di questa storia, che per rispetto delle persone coinvolte e dei parenti ancora in vita non chiamerò coi loro veri nomi, si svolsero però molto tempo prima che il nome di Castelli Cusiani venisse adottato.

C’era dunque un giovane che aveva sedici anni e faceva l’apprendista da un sarto in un paese sulla collina. Tutte le mattine risaliva la strada e la discendeva la sera. Era una via nuova, costruita da pochi decenni per consentire il passaggio di carri e carrozze. 

Circa a metà si trovava una grande pietra, accanto a una piccola sorgente. I più anziani ricordavano che sull’altura soprastante esisteva un antico castello dei guelfi novaresi. Un giorno però erano giunti i loro nemici ghibellini che in tutto il contado andavano distruggendo le fortezze nemiche. Benché fosse costruito in cima a una roccia scoscesa il castello, non si sa se con l’inganno o il tradimento, fu preso. I suoi difensori, che si erano arresi con la promessa di aver salva la vita, furono passati a fil di spada e i loro corpi lasciati in pasto agli animali.

Una storia lugubre, che non poteva non richiamare altre ancora più inquietanti presenze. I vecchi infatti sussurravano che, nonostante l’edicola dedicata alla Madonna che vi era stata scavata, in alcune notti dell’anno attorno al masso, posto all’incrocio di tre strade, le streghe si radunassero per incontrare qualcuno di cui nessuno osava pronunciare il nome nemmeno in pieno giorno, figuriamoci quando le ombre del Monte Avigno cominciavano ad allungarsi sulla piana.

I giovani però non ascoltano mai i racconti dei vecchi, tanto più quando essi sono oscure parole intrise di superstizione. Così l’apprendista se ne tornava a casa tutte le sere con le mani in tasca fischiettando, senza temere nessuno in questo o nell’altro mondo. Così diceva, almeno.

Una sera però giunse a casa più tardi del solito e con il viso stravolto. Senza nemmeno cenare s’infilò nel letto. La mattina dopo non si alzò proprio, lamentando grandi dolori alla pancia. I suoi cominciarono a preoccuparsi, ma era gente povera e non avevano modo di pagare il dottore. Così le cose andarono sempre peggio. Arrivò la febbre e dal delirio in cui il ragazzo si dibatteva, cominciarono a emergere incerti frammenti di una possibile verità.

Un pezzo dopo l’altro, mettendo ordine tra parole sconnesse, grida e improvvisi silenzi, i suoi parenti ricostruirono l’accaduto.

Quella sera, tornando dal laboratorio, il giovane apprendista aveva visto una carrozza, ferma accanto al masso. Pensò che gli occupanti si fossero fermati per bere quell’acqua deliziosa e fece per andare oltre, ma si sentì chiamare. Vide un uomo molto elegante, con mantello, bastone e cilindro che gli sorrideva, offrendogli dei cioccolatini.

Nessuno aveva mai visto delle simili delizie da quelle parti. Come resistere a una simile offerta? Ma chi era quell'uomo misterioso? Cosa contenevano quei dolciumi? Quale era stata la contropartita per averli? Nessuno poté mai saperlo, perché il disgraziato giovane, tra atroci dolori, spirò portando con sé il suo segreto.

mercoledì 5 marzo 2014

Alla fiera del Libro per Ragazzi

Dal 24 al 27 marzo 2014 si svolgerà a Bologna la Fiera del Libro per Ragazzi. In quell'occasione i soci e scrittori dell'ICWA, Italian Children's Writer Association, hanno organizzato numerosi incontri gratuiti di promozione della letteratura giovanile, che ho il piacere di segnalarvi.

Mi farebbe piacere se chi avrà l'occasione di partecipare vorrà poi lasciare un commento su questo post.

25 marzo, martedì
11.15 Caffè degli Autori (nel passaggio tra il pad 29 e il 30)
Tavola rotonda: "La promozione del libro per ragazzi nella crisi globale "

Dalle 11.15 alle 12.00
Intervengono: 
Fanuel Hanan Diaz,  Venezuela, esperto lett. giovanile, membro  White Ravens e del Premio Andersen International

Dolores Manzano, Brasile, rappresentante Camera del libro Brasiliana

Ana Garralon, Spagna, esperta di lett. giovanile, giornalista e animatrice della lettura

Coordina:

Ermanno Detti, Italia, giornalista e scrittore, membro ICWA

25 marzo, martedì
Dalle 14.30 alle 16.30  Bottega Finzioni

Bologna, via delle Lame 114

riunione/incontro dei soci e degli interessati all'ICWA

segue rinfresco

26 marzo, mercoledì
Dalle 17 alle 18 Caffè degli Autori:  'Diversi o uguali? Specificità e convergenze nella narrazione dell'infanzia, tra Italia e Brasile'. Incontro tra scrittori italiani (ICWA ) e brasiliani

Intervengono:

per il Brasile

- Ilan Brenman, scrittore

- Angela Lago, scrittrice illustratrice e traduttrice

Per l’Italia

- Susanna Mattiangeli, scrittrice

- Pino Pace, scrittore

Coordina: Laura Walter

mercoledì 26 febbraio 2014

La catastrofe possibile

Tra tanti catastrofismi più o meno improbabili che circolano oggi, viene generalmente poco considerato uno dei principali agenti naturali che influiscono sul clima, il vulcanismo. Forse ciò accade perché su di esso i comportamenti umani non hanno alcuna influenza e pertanto non è possibile mobilitare le persone attraverso campagne di sensibilizzazione? 

In ogni caso c’è un bell’articolo online che spiega cosa accadde a metà del VI secolo d.C. 

Qui invece trovate una serie di racconti su ciò che successe in seguito a quella che finora è stata considerata la più grande eruzione della storia. Preistoria? Niente affatto, correva l’anno 1815… 

mercoledì 19 febbraio 2014

Di calamari giganti, bovini d’acqua e pesci primaverili



Ormai sul lago d’Orta non si parla d’altro. Negli uffici commerciali, nelle fabbriche di rubinetti, nelle aule scolastiche la domanda è una sola: “hai sentito del calamaro gigante?”
La questione è fresca, anzi freschissima, dal momento che il mostruoso animale sarebbe stato non solo pescato, ma poi rigettato nelle chiare, fresche e dolci acque del bacino cusiano. Come sempre succede in questi casi, fioriscono le ipotesi, i commenti e le prese di posizione, che vanno dall’incredulità (“ ma siamo sicuri??”) all’ironia (“possibile che non possa farmi una nuotata che arriva un rompiballe a guastarmi la mia mezz'ora di relax? colpa ne ho se sono un ragazzo tentacolare!!!”), all’indignazione. Perché c’è chi l’ha presa male, molto male, e insorge contro questo modo di promuovere il lago d’Orta spargendo “bufale pazzesche” (ed è il termine più riferibile).

mercoledì 12 febbraio 2014

All you need is love... and A6 Fanzine!


Cliccando sulla copertina potete scaricare il nuovo numero.

"We all live in a yellow submarine
Yellow submarine, yellow submarine!"

A6 Fanzine soprattutto vive!

Le due vulcaniche amiche romane, Isa e Sara, annunciano così l'uscita del nuovo numero, il trentesimo, di A6 Fanzine.

"Ebbene si, con questo numero festeggiamo assieme ai Beatles, una delle band mito del rock di tutti i tempi, il numero 30!

Un traguardo forse inaspettato anche per me ed Isa che, numero dopo numero, vediamo crescere A6 Fanzine, rinnovandosi, sia nei tratti fumettistici che nei contenuti, scandagliando con il nostro sottomarino il panorama della Nona Arte e della cultura underground, alla ricerca di nuovi talenti ed entusiasmanti storie da raccontarvi!

Naturale, quindi, per noi festeggiare con i Beatles e le loro canzoni.

Il trentesimo numero è dedicato alla loro musica: un inno colorato, vitale e sensazionale, mistico e sconvolgente, fantasioso e sognante, lisergico e romantico, rivoluzionario e futurista, ove gli artisti presenti in questo numero, ispirati dalle canzoni che da oltre quarant'anni sembrano essere la colonna sonora della nostra vita, tramutano le sensazioni in pensieri e disegni, tra amori, passioni, colpi di testa e follie, attuate in nome del sacro fuoco dell'arte!

La Beatlesmania non si è mai arrestata e anzi prosegue nel mietere proseliti in tutte le parti del mondo.

A6 Fanzine cerca, attraverso gli artisti ospitati in questo numero, di carpire quegli spunti emozionali scaturiti dalle note dei "Fab Four" di Liverpool, il quartetto che fa ancora sognare e scalpitare i cuori delle persone con i loro innumerevoli successi.

Dagli esordi scanzonati di "Please Please Me" e "A Hard Day's Night", per poi passare ad un sound più ricercato come in "Rubber Soul" e "Revolver", per poi esplodere nella psichedelia di "Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band", per proseguire infine su un percorso più maturo e consapevole con "Abbey Road" e "Let It Be", i Beatles sono e resteranno una delle band più amate ed imitate di sempre, camaleontici ma al contempo inconfondibili nel loro sound.

Un percorso che, in maniera ben più modesta s'intende, somiglia a quello della nostra cara fanzine, non trovate?

In attesa di vedere nascere delle nuove star del firmamento musicale, che possano vantare una fama come quella dei Beatles, vi invitiamo a leggere A6 Fanzine e a festeggiare con noi questo traguardo.

Molto presto festeggeremo tutti insieme per un evento che stiamo organizzando qui a Roma!"


Seguendo questo link trovate l'indice del numero trenta. Vi avverto che c'è anche un racconto dell'Errante, affettuosamente dedicato a tutti i fan dei Beatles.

mercoledì 5 febbraio 2014

Le luci del Filosofo


Molto tempo è passato da quando andai a trovare il Filosofo. Alcuni di voi probabilmente si chiederanno persino chi sia questo personaggio. Un mio amico, posso rispondervi, che ha una ben strana bottega ad Orta. O forse dovrei dire aveva una bottega, dal momento che l'ultima volta che vi sono entrato c'era una graziosa ragazza intenta a distribuire informazioni al suo posto.
Non dispero di incontrarlo nuovamente, ma nel frattempo voglio riproporvi un vecchio post legato a una festa appena conclusa, la Candelora.

Ringrazio per la foto "fuoco" l'amica Sara Di Carlo, del blog Metropolitain Girl che vi consiglio di leggere.

mercoledì 29 gennaio 2014

I giorni della merla


Gli ultimi di gennaio sono tradizionalmente considerati i più freddi dell'anno. Vero o no (quest'anno si direbbe di sì) c'è una storia che racconta l'origine dei "tre giorni della merla" come vengono chiamati. 

Se non la ricordate potete andare a rileggerla qui.

mercoledì 22 gennaio 2014

Un arco misterioso



Oggi vorrei provare un gioco con voi.
Quello che vedete è l’ingresso di un misterioso edificio: raccontate la storia che si nasconde dietro questo luogo.

mercoledì 15 gennaio 2014

Le ciotoline dell’arcobaleno


Secondo un’antica leggenda europea alla fine dell’arcobaleno è possibile trovare un tesoro. Nascosto dagli gnomi o da altre magiche creature poco importa. Ciò che importa è che si può trovare dell’oro e di ottima qualità. Talora in una pentola di terracotta dalla strana forma, altre volte semplicemente coperto dalla terra, in ogni caso monete d’oro che brillano e mostrano enigmatici segni magici a rilievo. 
E poiché queste strane monete gnomiche avevano una delle facce concave, erano chiamate “coppelle”, “ciotoline” o “scodelline dell'arcobaleno” (Regenbogenschüsselchen, in tedesco), in quanto si credeva che da esse si sprigionasse il ponte colorato.
La cosa sorprendente, infatti, è che queste ciotoline venivano realmente trovate dai contadini della Germania, dell’Austria e dell’Ungheria. Poiché molti di questi oggetti sono stati conservati è possibile dire qualcosa sulla loro origine.
Innanzitutto le misteriose iscrizioni che vi compaiono, per quanto composte in caratteri insoliti, sono perfettamente leggibili agli esperti. E non sto parlando di eccentrici cacciatori di gnomi, ma di normali archeologi (per quanto il termine “normale” possa applicarsi ad una creatura, donna o uomo che sia, che passa metà del suo tempo a fare buchi nel terreno e l’altra metà a consultare antichi testi).
Ebbene, queste monete d’oro riportano scritte e simboli del mondo celtico europeo e risalgono agli ultimi secoli del primo millennio avanti Cristo. Prima, comunque, che le quadrate legioni di Roma imponessero la propria moneta ai popoli dell’Europa. Il modello d’ispirazione erano le monete d’oro che circolavano nel mondo mediterraneo dopo le strabilianti conquiste di Alessandro Magno, il giovane re di Macedonia che a 33 anni era diventato padrone di un impero che andava dal mar Ionio all’Oceano Indiano. I motivi decorativi, per lo più astratti, e i nomi con cui erano coniate riflettevano però una cultura che all’epoca era in piena espansione.
Amanti dell’oro, oltre che del vino, i Celti coniarono moltissime di queste monete, anche se l’uso era quello di una società che apprezzava questi oggetti per il valore del metallo, non per quello convenzionale fissato dall’autorità (a differenza di ciò che facevano i Romani e noi ancora di più, evidentemente).
Piccoli e grandi tesori di queste monete furono sepolti in mezza Europa. Per sottrarli a eventuali nemici, ma anche come forme di accumulo in epoche in cui le banche non esistevano. Talora come tesori sacri votati agli dei. Eventi accidentali potevano impedirne il recupero o far decidere di occultarli per sempre.
Passarono i secoli e davanti agli occhi stupefatti dei contadini intenti a lavorare i campi cominciarono ad emergere, soprattutto dopo le piogge che dilavavano il suolo, monete che luccicavano al sole e facevano pensare che fossero esse la causa dell’arcobaleno. 
Talora alla prima moneta, grattando il terreno, seguiva una seconda, poi una terza e infine un intero vaso di terracotta pieno zeppo di monete d’oro. 
Motivo più che sufficiente, mi sembra chiaro, per inseguire la fine dell’arcobaleno.

mercoledì 8 gennaio 2014

Misteriosi avvistamenti astronomici



Nelle scorse ore sono state pubblicate su Facebook alcune foto che hanno messo in subbuglio la tranquillità invernale dei borghi attorno al lago d’Orta. Spettacolari aurore boreali e scenari da film di fantascienza sovrastano i quieti paesaggi cusiani.



Come se, a causa dell'enorme forza gravitazionale, la Via Lattea e la "vicina" galassia di Andromeda si fossero attratte e avvicinate preparandosi a un titanico scontro cosmico. 


Scenari che, in linea teorica, dovrebbero accadere tra una cinquantina di miliardi di anni, anno più, anno meno, ma che il mio amico Antonello è riuscito misteriosamente a inquadrare col suo obiettivo. 

Merito di photoshop e di una notevole inventiva o frutto di fortunati appostamenti e complici le dodici magiche notti  in cui tutto può accadere?


sabato 21 dicembre 2013

Impronte di drago sul lungolago di Arona



Sono comparse alcune impronte misteriose sulle spiaggette di Corso Europa, ad Arona, sul Lago Maggiore. A notarle sono stati alcuni passanti, attirati dall'abbaiare dei cani attorno alle pozzanghere di forma assai insolita.

Le impronte sembrano appartenere ad animali di grandi dimensioni, bipedi, con zampe a tre dita e dotate di lunghi artigli. Le tracce escono e rientrano dall'acqua e il tratto percorso a terra misura una dozzina di metri.

Tra gli esperti convenuti sul posto a studiare il fenomeno c'era anche la scrittrice e collezionista di leggende locali Francesca D'Amato. 
"Misure, forma dei polpastrelli, profondità degli artigli e disposizione delle dita sembrano confermare che si tratti di impronte di drago. I draghi italiani camminano su due zampe, non quattro come si vede nei film. Gli stemmi araldici medievali li rappresentano esattamente come li descrivo nel mio romanzo (Draghi randagi, Compagnia della Rocca Edizioni ndr), appena pubblicato."

Per ora non si sono registrati danni da parte dei draghi e D'Amato rassicura: "Se non ce ne sono stati fino a oggi è perché la dieta dei draghi italiani è fatta soprattutto di pesce e sono creature schive, vista la caccia che hanno subito nei secoli. Piuttosto è strano che siano in giro con questo freddo, dovrebbero essere in letargo in questa stagione. Forse qualcosa li ha disturbati."

Chiunque dovesse notare nuove impronte o tracce di drago, fuori dalle librerie, è pregato di segnalarlo al sito www.gnomi.org, dove è possibile consultare la mappa delle leggende italiane relative ai draghi e scoprire di cosa parla il romanzo "Draghi randagi - la grande fuga tra le Alpi".

mercoledì 18 dicembre 2013

Morto e mangiato

Il pallido scrittore di storie a tinte forti ha colpito ancora. Dopo aver coinvolto 365 scrittori per scrivere 365 storie cattive ha pensato ora di svegliare dal sonno eterno un manipolo di affamati morti viventi.

Per farlo, visto che gli zombie sono davvero affamati, si è avvalso della collaborazione di Chiara Poli, che “ha conosciuto Paolo Franchini qualche anno fa grazie a Blogger al forno, il progetto di cucina di Whirlpool che coinvolgeva 5 blogger italiani. La Poli è impazzita e si è trasformata in una cuoca provetta, posseduta dallo spirito di Suor Germana. Franchini ha cucinato delle pietanze molto noir, ma anche molto umoristiche, cercando a più riprese di esorcizzare la Poli, finora senza risultati soddisfacenti.”

Insieme a loro cento autori, che hanno prestato la loro penna virtuale per  scrivere cento storie che vedono protagonisti gli zombie. Perché proprio loro?

“Lo sfacelo dell’economia mondiale costringe gli esseri umani a tornare a pensare all’essenziale. Ovvero: cibo, un riparo per la propria famiglia e ciò che serve per tenerla al sicuro. Il segreto del successo degli zombie è tutto qui. Ci fanno affrontare la paura più grande, ci costringono a riflettere sull’unico appuntamento al quale nessuno di noi, prima o poi, potrà mancare e ci spingono a chiederci: come vogliamo viverlo il tempo che abbiamo a disposizione prima di quel momento? La vita è preziosa. Vivere intensamente, dando valore a ogni singolo giorno, è quanto di meglio possiamo fare. E quanto di più difficile.”

Il risultato è l’antologia “Morto e mangiato – Storie di zombie di AA. VV.”, disponibile in ebook presso i migliori store on line al prezzo di €.4,99 e in formato cartaceo ordinabile tramite il sito www.mortoemangiato.tk al prezzo di €.15,00.

Come per le storie cattive, anche in questo caso la finalità è buona: aiutare coi proventi dei libri A.I.S.EA Onlus e AST Onlus, due associazioni senza fini di lucro a supporto delle persone affette da due malattie rare, la Sindrome di Emiplegia Alternante e la Sclerosi Tuberosa, e delle loro famiglie.

Sul sito www.mortoemangiato.tk potete trovare ulteriori informazioni.

Dimenticavo di dire che tra gli autori ci sono anch’io, ma questa è senz’altro la cosa meno importante.

mercoledì 11 dicembre 2013

Alpinisti ciabattoni

Un treno procede in direzione nord, dopo una breve sosta alla stazione di Caltignaga. Così breve che un povero vecchietto non ha nemmeno il tempo di scendere per un’urgenza che dovrà aspettare, prima di essere soddisfatta, l’arrivo nella stazione di Gozzano. Perché a quel tempo, negli anni Ottanta dell’Ottocento, il treno fermava la sua corsa nel paese a sud del lago d’Orta. Da qui, in carrozza, si poteva raggiungere l’imbarco di Buccione e col battello arrivare a Orta.
Nel capoluogo cusiano sbarcano con gli altri anche due strani viaggiatori che avevamo avuto modo di incontrare sul treno, nello stesso scompartimento del vecchietto.

“Entrambi vestiti della festa, lui con una giacca nuova che gli rampicava su su nelle spalle, un colletto di camicia fresco di stiratura, ma di certo molto incomodo.”
Lei “era in gran montura, ma non si trovava a suo agio nella costrettura del busto, che non era solita a portare. Vestiva un bell'abito di seta marrone, ricca, croja, incartita, e sopra una spolverina di lana chiara copiata per la circostanza sul più recente figurino. Una grossa catena d'oro le cascava pesante dal corsetto fin sulla pancia. Orologio d'oro in vista, braccialetto, e orecchini di brillanti che stonavano coi fulgori di stella sulla pelle gialliccia e passura delle guance flosce.
Cappello a tese larghe, alto conico, e sopra fiori, grappoli, piumetti, tutto annuvolato in un velo di tulle; una montagna piena di sporgenze che urtavano da ogni parte, tenendola in un disagio che dava malinconia.
— Leva quela cavagna che te ghet in testa — le disse il marito…
Madama non rispose, e si sventagliò la faccia puntando al soffitto con dignitoso risentimento il suo naso tagliato a scarpa.”

I loro nomi? Gaudenzio Gibella e Martina Gibella sua moglie.

“I coniugi Gibella venivano dalle risaje della Lomellina; sfiaccolati dall'afa palustre, correvano a chiedere un po' di refrigerio alle fresche aure della riviera di Orta.
Avevano un bel negozio di drogheria in Sanazzaro, e dopo tanti anni di assiduità bottegaja, ora che gli affari erano assodati, ora che il loro primogenito Leopoldo aveva senno bastante per curare il negozio e la casa, ecco che i Gibella si erano messi in viaggio realizzando finalmente un vecchio progetto architettato ad ogni chiusura annuale dei conti, e rimandato da una stagione all'altra, per una ventina d'anni.”

I due coniugi si cimenteranno anche in un’ardita salita sui monti alla ricerca di latte fresco, ma con esiti disastrosi. Esito assolutamente prevedibile trattandosi di due “Alpinisti ciabattoni”!

Proprio questo è il titolo di un divertente romanzo, pubblicato nel 1888 da un altro Scapigliato che conosceva bene il lago d’Orta, Achille Giovanni Cagna, nato a Vercelli nel 1847 e morto nella stessa città nel 1931.
I suoi inizi non furono dei più brillanti. Iscritto all'Istituto professionale Cavour fu cacciato dal secondo corso in quanto "disutile", inetto e incapace a dedicarsi agli studi. Cominciò quindi a lavorare col padre che era stipettaio e presidente della Società operaia di Vercelli, ma per sbarcare il lunario dovette fare vari lavori modesti, coltivando parallelamente da autodidatta la passione della lettura e della scrittura.
Un aiuto gli venne dagli amici, come Giuseppe Cesare Abba, Edmondo De Amicis e Giovanni Faldella, il maggior esponente della Scapigliatura piemontese.
Il successo delle sue opere lo spinse a cercare una personale rivincita. In base alla Legge Casati del 1859, che disciplinava l’insegnamento scolastico, era possibile ottenere la nomina a professore nelle scuole professionali anche senza titolo di studio, ma solo grazie alle opere pubblicate. Cagna chiese così l'abilitazione all'insegnamento di lingua e letteratura italiana. Il Consiglio superiore, però, riconobbe bensì nelle sue opere "ingegno istintivo e cultura e abilità descrittiva", ma rigettò la domanda, dal momento che “si trattava solo di letteratura amena”. 
Lo scrittore scrisse allora “Marcia di una gente”, pubblicato nel 1889, un compendio di storia greca grazie al quale gli fu concessa l'abilitazione provvisoria per tre anni. Rientrò così, e per la porta principale, in quello stesso istituto Cavour dalla cui finestra era stato cacciato. Vi insegnò tre anni, gratuitamente, come supplente di letteratura, ottenendo infine l'abilitazione definitiva.
Toltasi quella soddisfazione lasciò la scuola e tornò ad occuparsi di un’azienda agricola di famiglia, dedicandosi contemporaneamente alle lettere e alla politica. Divenuto consigliere comunale e membro della commissione scolastica, apprezzato conferenziere e giornalista il monello "disutile" di un tempo era infine riuscito a diventare un “autodidatta laureato”.

 Se volete leggere il testo seguite questo link.

mercoledì 4 dicembre 2013

Il corvo di Orta

Ernesto Ragazzoni fu il più grande poeta ortese, anche per la sua capacità di interpretare quello spirito insieme romantico e ironico che gli abitanti di questo piccolo borgo cusiano hanno sempre avuto. Ho già fatto cenno ad alcune sue produzioni eccentriche, ma vale la pena ora di ritornare sui nostri passi e guardare di nuovo a questo personaggio, morto di cirrosi epatica tre giorni prima di compiere cinquant’anni, il 5 gennaio 1920.

Non aggiungo altro alla sua biografia, dal momento che una volta egli disse a un amico: 

«Quando non ci sarò più [...] se qualche amico di buona volontà vorrà raccogliere le mie poesie e i miei scritti, non potrò certo oppormici. Ma, te ne prego, se qualcuno farà la prefazione, bada che non mi prenda troppo sul serio. Non vorrei, per esempio, una biografia che dicesse solennemente: "E. R. nacque ai tanti del mese dell'anno tale, e morì... come se si trattasse di un uomo celebre qualunque. E se aggiungesse poi che studiai all'Istituto tecnico di Novara e che ebbi il diploma di ragioniere? Penso quanto sarebbe buffo di far sapere al mondo che quel mattacchione di Ragazzoni era ragioniere!»

Chi volesse approfondire la sua figura può peraltro trovare online un interessante saggio di Cesare Bermani, che di Ragazzoni è un esperto. 

Oltre che poeta, Ragazzoni fu un appassionato di occultismo e teorie teosofiche. Si racconta che durante un soggiorno in Inghilterra abbia assistito, nascosto in un bosco, a un rituale magico eseguito da una setta. Si trattava forse della “Golden Dawn” che ebbe molta influenza, non sempre positiva, su vari movimenti filosofici, politici e culturali del Novecento e di cui uno dei principali componenti fu il famigerato occultista Aleister Crowley.

Il fascino per le atmosfere misteriose non si esaurì, per nostra fortuna, in queste avventure notturne. Ragazzoni rimase affascinato da un poema che era stato introdotto in Europa nel 1859 dal “poeta maledetto” francese Charles Baudelaire.
Il testo era stato pubblicato nel febbraio 1845 sull’American Review a firma di un certo “Quarles”. Per qualche tempo l’autore di questo componimento rimase ignoto, finché, in un suntuoso appartamento di Waverley Place, di proprietà di miss Anna C. Lynch, un’autrice famosa che amava raccogliere intorno a sé il meglio della società letteraria di New York, un giovane scrittore fu invitato a recitare proprio quei versi ormai famosi, che avrebbero catapultato l’autore nell’Olimpo dei grandi della poesia anglosassone, accanto a Milton, Shelley e Keats.
Un silenzio elettrizzato afferrò i presenti, mentre ascoltavano rapiti la sua voce recitare 

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary…” 

Così cantò Edgar Allan Poe, apprezzato scrittore di racconti polizieschi e del terrore, e ognuno in quella sala comprese che solo lui poteva essere l’autore di “The Raven”. 
Dieci anni dopo la prematura morte di Poe, avvenuta in circostanze misteriose e mai chiarite, Baudelaire tradusse “The Raven” in francese facendolo conoscere nel vecchio continente. Ragazzoni s’innamorò di quel poema e scrisse una delle migliori traduzioni italiane, che diede alle stampe assieme ad altre sempre da Poe, nel 1896.

Non so dire dove sia nata l'idea di tradurre quei versi. Concedetemi di pensare che durante un ritorno invernale al suo “hortus conclusus”, osservando un corvo sui tetti di pietra del piccolo borgo di Orta, il poeta Ernesto Ragazzoni abbia deciso di mettere mano alla penna per scrivere: 

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
                          solo questo e nulla più!»

Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
                          e qui nome or non ha più!

E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta — quell’angoscia, m’alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
                          questo, e nulla, nulla più!».

Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor — dissi — o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta — m’era l’anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch’io non sono ancor ben certo d’esser desto». Aprii la porta:
                          un gran buio, e nulla più!

Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un’ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno — il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s’udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l’eco: «Lenora!»
                          Solo questo e nulla più!

E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero — qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l’anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
                          Sarà il vento e nulla più!

Qui dischiusi i vetri e torvo, — con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo — dell’età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta — non fe’ cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
                          scese, stette e nulla più.


mercoledì 27 novembre 2013

Scapigliati maestri

Tutto cominciò quando un pittore nemmeno ventunenne giunse nel borgo di Sulzena, con la  necessità di cercare ospitalità per la notte. La troverà nella casa del curato, ma verrà coinvolto in una serie di vicende dai contorni torbidi che hanno come teatro la valle dello Strona, sopra Omegna, sul lago d’Orta.
La storia che ho sopra accennata, contenuta ne “Le memorie del presbiterio” si deve alla mente di Emilio Praga e alla penna di Roberto Sacchetti che la portò a termine, completando il lavoro lasciato a metà dall’amico, distrutto dall’alcol, dalla droga e dalla vita sregolata a soli trentasei anni nel 1875.
L’autodistruzione di questo giovane scrittore va inquadrata, oltre che nelle vicende biografiche, nel contesto del movimento artistico a cui aderiva.

«In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui d'ambo i sessi v'è chi direbbe una certa razza di gente - fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d'ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l'aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per… mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo - meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre. Questa casta o classe - che sarà meglio detto - vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l'ho battezzata appunto: la "Scapigliatura Milanese”». 

Così scriveva nel 1862 Cletto Arrighi (Carlo Righetti) nel romanzo “La Scapigliatura”, che fu il manifesto dell’omonimo movimento artistico che si ispirava alla vita e all’opera dei Bohémiens e dei poeti maledetti d’oltralpe.
“Le memorie del presbiterio”, opera degli Scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti comparve a puntate su “Il Pungolo” tra giugno e novembre del 1877. In anni recenti il paese di Sulzena è stato identificato come il piccolo borgo di Luzzogno in Valle Strona, ma il romanzo cita ripetutamente il torrente, che viene anche magnificamente descritto.

“Scendevo così lentamente lungo le rive dello Strona, che mi affretto a presentarvi (cosa che avrei dovuto far prima), come il torrente più realista ed indocile alla moralità idrografica ch'io mi conosca. Figuratevi che egli non vuol saperne neppure per un minuto di quella linea retta, di quella misura costante che la convenienza dovrebbe insegnare anche ai torrenti per trasformarli, se Dio vuole, in quieti rigagnoli, in pingui ed onesti canali. Dimentico dei suoi doveri, del grande scopo della creazione che è quello di impinguare le tasche del negoziante di grano e di bestiame, sta asciutto la maggior parte dell'anno; poi, ad un tratto, quando il ghiribizzo gli salta, devasta pascoli e distrugge vigneti, cosa contraria all'economia politica; abbatte baite e casolari, attentato iniquo, come ognun vede, all'ordine a alla sacra prosperità della famiglia.
E il monello fa l'arte per l'arte; scende a balzelloni, rotolando massi dalla vetta di Cornalina, gitta sprazzi al sole per trame delle iridi cangianti. Si butta nei precipizii, si nasconde fra i cespugli, scompare nelle buche del monte, poi salta fuori a sproposito per tagliare il sentiero montanino, - e s'adagia fra l'erbe, e folleggia e spumeggia e si inebbria di libertà e di licenza - con una sicurezza come facesse la cosa più seria del mondo. Così non è buono a nulla, nè a far girare una ruota di mulino nè ad irrigare un pascolo, nulla!... malgrado tutti i tentativi fatti dai buoni padri coscritti di Zugliano e di Sulzena e persino dall'illustrissimo Consiglio provinciale di Novara per correggerlo e trarne qualche costrutto. Tanta è la sua impertinenza, che se poteste intenderlo, vi direbbe che Dio l'ha fatto a quel modo e che vuol tirar innanzi in quella bizzarra sua maniera, - tutte cose che dicono gli scapestrati.”

Praga e Sacchetti non furono, comunque, gli unici Scapigliati a frequentare le terre attorno al lago d’Orta. Ma ne parleremo la prossima volta…

Nella foto, Emilio Praga con gli Scapigliati Carlo Dossi e Luigi Conconi.

mercoledì 20 novembre 2013

Spiriti bizzarri



Il lago d’Orta sembra avere, tra le tante, una virtù particolare: quella di generare o attrarre spiriti bizzarri. Lo dico, sia ben chiaro, con grande affetto e stima per questi scrittori, per lo più ma non solo, che hanno lasciato tra le pagine più belle dedicate a questo piccolo specchio d’acqua, popolandolo di personaggi indimenticabili.
Ma, per citare Domenico Brioschi, che a buon diritto fa parte di questo elenco, procediamo con ordine!  

Partiamo dal decrepito e ricchissimo novantaquattrenne barone Lamberto che vive sull’isola di San Giulio e paga sei persone per ripetere incessantemente il suo nome, avendo scoperto essere questo rimedio infallibile per sopravvivere alle sue ventiquattro malattie e anzi addirittura per ringiovanire. 
Il protagonista di “C'era due volte il Barone Lamberto ovvero I misteri dell'isola di San Giulio” uscì dalla fertile penna di Gianni Rodari, grande narratore di storie per l’infanzia, che delle fantasie bizzarre e dei pensieri anarchici era non solo un maestro, ma anche un grande estimatore. Del resto era nato ad Omegna, città attraversata dalle acque della Nigoglia, da cui, sempre secondo lo stesso Autore, fu tratta una lapide che diceva “La Nigoeuja la va in su; e la legg la fèm nϋ!” (“La Nigoglia scorre in su; e la legge la facciamo noi!”). Tra le molte opere di Rodari c’è n'é un’altra ambientata sul lago, anzi nel lago: è la storia di un Ragioniere diventato un pesce del Cusio per risanare il lago d'Orta, allora pesantemente inquinato. Un'idea folle, diventata realtà pochi anni dopo, come spesso accade per le imprese apparentemente impossibili.

Di un altro personaggio singolare ho scritto tempo addietro, ma vale la pena riparlarne. Riuscite ad immaginare che un agente segreto libertino possa diventare Pontefice? Un uomo ci riuscì, benché il suo nome non fosse Bond, ma Piccolomini, Enea Silvio Piccolomini. In comune con 007 il Nostro aveva il rapporto con la Scozia. A differenza dall’agente di Sua Maestà, che per parte di padre è scozzese, Piccolomini compì nel 1435 una missione segreta in Scozia per convincere il re di quella terra, allora indipendente, ad entrare in guerra contro gli Inglesi. E, poiché Enea Silvio era non solo un famoso scrittore umanista ma anche un appassionato amante del gentil sesso, pare che durante il suo viaggio abbia messo incinta non una, ma ben due donne. Forse anche per questo effettuò il viaggio di ritorno attraverso l’Inghilterra travestito in modo da non essere riconosciuto da nessuno. Ad ogni modo durante i suoi avventurosi viaggi fu anche sul Lago d’Orta, che descrisse in versi latini molto belli prima di salire al soglio pontificio, nel 1458, col nome di Pio II. Nei sei anni di regno riuscì persino ad essere un buon Papa, capace di arginare le richieste nepotistiche dei familiari con versi passati alla storia: «Quand'ero solo Enea / nessun mi conoscea / Ora che son Pio / tutti mi chiaman zio».

Ernesto Ragazzoni, nativo di Orta, fu giornalista e scrittore. Capace di rime delicate come “Rose sfogliate”, fu però anche un anarchico cultore di discipline teosofiche e occultiste. Le sue critiche alla buona società novarese gli fecero perdere il posto di direttore alla Gazzetta di Novara. Il suo spirito goliardico gli dettò invece “L'Apoteosi dei Culi d'Orta”, composta in occasione dell'inaugurazione di pubblici gabinetti in quella città. Se non la conoscete potete leggerla qui.

Ragazzoni era un ammiratore di Friedrich Nietzsche che aveva effettuato un breve soggiorno ad Orta nel 1882. Il filosofo faceva parte di una compagnia composta dalla ventunenne Lou Salomé, dalla madre di lei e dal migliore amico di Nietzsche, Paul Rée.  In un pomeriggio di maggio Friedrich si ritrovò solo al Sacro Monte di Orta con l’affascinante e “intelligentissima” Lou, che  aveva salutato, al momento del loro primo incontro, con queste parole: «Da quali stelle siam caduti per incontrarci qui?»
Non è chiaro ciò che accadde quel giorno.  Molti anni più tardi Lou scrisse distrattamente che “forse” l’aveva baciato, ma che non ricordava con esattezza. In ogni caso, per la giovane la cosa finì lì, mentre per l’uomo, che aveva 17 anni più di lei, l’evento fu travolgente e l’accese di una passione amorosa e intellettuale che sprofondò nella disperazione quando finalmente comprese la verità. Negli anni seguenti scrisse le sue opere più famose, prima del crollo nervoso definitivo che lo portò ad abbracciare e baciare un cavallo a Torino e a trascorrere gli ultimi anni di vita in una casa di cura per malattie mentali. Potenza di quel bacio “forse” dato o dei panorami del lago d’Orta? Difficile dirlo e soprattutto disgiungere il lago e l’amore, dal momento che è giustamente ritenuto uno dei laghi più romantici al mondo.

Ma continuate a seguirci, perché l’elenco degli autori è ancora lungo…

mercoledì 13 novembre 2013

Ma procediamo con ordine

Presumo che solo pochi tra i cinque (quattro escluso l’autore) lettori di questo blog sappiano che sulla ridente sponda (non so perché sia sempre così ilare, forse perché è la “sponda grassa” piemontese e se ne sta di fronte alla “magra”, situata in territorio lombardo) del Lago Maggiore esiste una villa legata a un “Gigante del Palcoscenico”. Stiamo parlando, naturalmente, del più grosso basso lirico dell’Ottocento, il milanese Achille Bianchini, nome d’arte di Antonio Scazzosi, nato il 10 ottobre 1843 in una modesta cascina tra Mesero e Marcallo, dalle parti di Magenta.
Dotato di “un fisico imponente e di una voce erculea”, per citare le parole del suo più illustre (e finora unico) biografo, calcò le scene per oltre 40 anni facendosi notare per una voce che “si diceva provenire nientemeno che dal centro della terra”. Caratteristica questa che gli fruttò l’ulteriore soprannome di “Voce di Pluto”.
Personaggio senz’altro scomodo e controverso (“una voce monumentale in un monumentale cretino” disse Puccini), al termine della carriera cercò e trovò conforto nella fede grazie a Monsignor Rubinelli che riuscì a riportare sulla retta via la pecorella smarrita, invogliandola a trovare la strada dell'ovile con la pastura adatta. Che nel caso del Bianchini era costituita da rane di Caltignaga, fidighina (mortadella di fegato suino) di Nebbiuno e orecchie di maiale fritte di Suno accompagnate dall’ottimo Nebbiolo ricavato dalle vigne del “Motto Sifolone”.
La biografia del Bianchini non specifica se avesse già in animo il progetto o se questo sia stato concepito durante uno di questi ritiri spirituali. Fatto sta che il Nostro investì il proprio patrimonio in una villa costruita tra Lesa e Belgirate. “Villa Attila” avrebbe dovuto chiamarsi, ma per via della curiosa forma dei due monumentali pilastri d’ingresso a forma di lingam, che avrebbero dovuto rappresentare due simboli sacri alla religiosità degli Unni, il complesso fu ribattezzato dagli indigeni (che nulla sapevano dei lingam e degli Unni, ma che avevano perfettamente compreso il significato di “quei cosi”) “Villa Pirla”. E chi mastica un poco di lombardo avrà a sua volta capito, senza ulteriori spiegazioni, quale forma avessero quei pilastri…

Ma procediamo con ordine.

Le vicende che ruotano attorno all'edificio sono ancora lunghe e complesse e meritano di essere lette direttamente dalla penna del “biografo” del Bianchini… vale a dire dal cusiano Domenico Brioschi che tra le pagine di “Villa Pirla. Ma procediamo con ordine” ha saputo narrare le spassose vicende degli strambi personaggi che ruotano attorno a un edificio dal nome tanto singolare. O, per citare ancora il Brioschi, “una storia come spazio di rappresentazione dell’Ego dei proprietari che vi si succedono. Onestamente ogni tanto mi piacerebbe sapere ciò che scrivo”.

E con questo auspicio, che sottoscrivo, vi invito a leggere questo agile librettino di 116 pagine e vi do appuntamento la prossima settimana con altri curiosi narratori cusiani. 

lunedì 11 novembre 2013

Bosco di fiabe



Il 21 novembre 2013, alle ore 10.30, avrà luogo, nelle sale della Biblioteca Civica di Cameri la premiazione della III edizione del concorso Biennale per Giovani Illustratori.

Creato in collaborazione alla memoria dell’illustratrice per ragazzi Augusta Curreli, questo concorso vuole dare spazio ai giovani illustratori ed aiutarli ad affermarsi nel mondo del lavoro.
La fiaba proposta per questa edizione è “Giuanin senza paura”, nella versione popolare della nostra zona. 
Presidente della giuria è Walter Fochesato (rivista Andersen). 
La mostra dei lavori selezionati per il premio sarà visitabile dal 27 ottobre al 21 novembre in biblioteca.

 “In un Paese come l'Italia, dove i giovani hanno grosse difficoltà ad emergere, spesso messi da parte, per non dire sfruttati, l'impegno ad aiutare i nuovi talenti è sempre più attuale se non doveroso.
Il Comune di Cameri consegnerà un premio di 1.000 euro che sarà ripartito tra i primi due classificati, uno scelto dalla giuria di adulti, l’altro dalla giuria dei ragazzi.
Gli organizzatori del Premio credono che grazie alla cultura le persone possano divenire migliori e la società fare un passo avanti. Sappiamo anche che Augusta Curreli sarebbe stata con noi con tutto il suo entusiasmo e la sua competenza in questa impresa che per il paese di Cameri rappresenta un segno di fiducia nel valore delle giovani generazioni.”

Saranno premiati:
Matteo Pavani, Bellinzago (NO) per la Giuria adulti.
Letizia Rossi, Cocomaro di Focomorto (FE) per la Giuria ragazzi.

Per contatti e informazioni: biblioteca@comune.cameri.no.it tel 0321.510100

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