domenica 28 giugno 2015

Benvenuti nella mia cucina

La porta si chiuse alle sue spalle e Marzia capì di essere in trappola. Qualcuno – e non era difficile immaginare chi – aveva manomesso la maniglia rendendo impossibile aprirla dall’interno.
La vide arrivare dal fondo del corridoio strascicando i piedi, la testa piegata di lato e la bocca aperta in un grido silenzioso da cui colava un misto di sangue e materiale putrefatto. 
Marzia tentò di colmare con le parole l’abisso che la separava da quella mente sprofondata nel buio.
“Benedetta, mi riconosci? Sono Marzia Paoli. Ci conosciamo da quando eravamo compagne di banco al liceo e ti passavo i compiti di latino, ricordi?”
Passi lenti, instancabili.
“Quello là in fondo è Massimo, vero?” indicò un ammasso informe sul pavimento della cucina. “Ci deve essere anche il suo operatore: sono quasi inciampata nella videocamera entrando. Sai che il programma sui misteri non è andato in onda questa settimana? Lo so, a te sembrerà una cosa poco importante ormai, ma c’è un mucchio di gente là fuori che li sta cercando. Non che a me fosse simpatico, ma non è bello da parte tua attirare qui i tuoi colleghi per un’intervista e poi… Del resto l’hai fatto anche con me, solo che io, a differenza di Massimo, ho capito cosa ti era successo. Ti avevo avvisata di essere prudente durante il tuo viaggio ad Haiti: alcune mamaloa sono molto suscettibili.”
Nessun barlume di umanità nel cadavere marciante. Solo fame.
“Tempo fa un amico americano, che fa l’Ammazzavampiri, mi ha regalato questa” estrasse una Glock 17 e l’armò “proprio per casi come il tuo. Non pensare che non la sappia o non la voglia usare.”
Due braccia protese e uno sparo: una testa esplose e un corpo si afflosciò come un sacco vuoto. 
“Oltretutto i tuoi libri di cucina non mi sono mai piaciuti, Benedetta.”


Il racconto è stato pubblicato nell’antologia “Morto e mangiato” curata da Chiara Poli e Paolo Franchini, un progetto benefico a favore di A favore di A.I.S.EA Onlus e Associazione St Onlus.


La voce narrante è quella di Marzia Paoli, l’indagatrice dell’occulto, già protagonista del racconto lungo “Il risveglio”, dove compare anche l’Ammazzavampiri citato. Se non avete letto “Il risveglio” non preoccupatevi, ne parleremo molto presto. O forse, a ben pensarci, dovreste cominciare a preoccuparvene perché i vampiri che lo abitano non sono certo quelli romantici di Twilight, benché l’amore sia molto presente nella storia.






venerdì 26 giugno 2015

Tolkien e lo spaventoso Orco Bianco

Ted il Sabbioso 

Tolkien trascorse la sua infanzia, tra il 1896 e il 1899 a Sarehole. Oggi è un sobborgo urbano di Birmingham, ma all’epoca era un luogo di piccole casette immerse nel verde. Ronald amava ricordare quei giorni trascorsi con il fratello Hilary e la madre Mabel, che raccontava loro fiabe e storie avventurose. 

Le campagne e i boschi attorno a Sarehole divennero così lo scenario fantastico dei giochi dei fratelli Tolkien in cui il Bene e il Male si affrontavano ogni giorno. 

Non mancavano neppure le figure spaventose, come lo scontroso mugnaio e soprattutto suo figlio, lo spaventoso Orco Bianco, un ragazzo aggressivo che incuteva loro molta paura e che decenni dopo ispirò la figura dell’odioso Ted il Sabbioso.

mercoledì 24 giugno 2015

La storia dei venti del lago d'Orta



Ci credereste mai se vi dicessero che una volta sul lago d’Orta non soffiava alcun tipo di vento? Sempre calma piatta. Se volevano sentire un po’ di brezza sulla pelle gli abitanti dovevano spostarsi verso Novara o verso Domodossola o arrivare sul lago Maggiore. Al loro ritorno i racconti tenevano vive le conversazioni per settimane. Poi tutto tornava come prima e i pensieri erano sempre gli stessi: Come sarebbe stato bello in estate sentire un po’ di vento fresco, di quello che, mentre si lavora, asciuga la pelle sudata. E in inverno? Oh quanto lo desideravano tutti , anche freddo e con qualche raffica più forte delle altre, per poi poter fare i commenti perché aveva spostato tre tegole sul tetto del Giuanin o perché aveva spaccato il vetro della finestra che la sciura Natalina aveva lasciato aperta. 

Intanto al bar si sospirava forte, illudendosi fossero aliti di vento. C’era perfino chi emigrava, non per cercar lavoro, ma per cercare il vento! Una bella mattina di primavera però tutti gli ortesi si svegliarono decisi a risolvere la questione e si presentarono sotto casa del sindaco che fu costretto a riceverli ancora in pigiama. Per far sì che potesse vederli tutti misero in prima fila i bambini, poi le donne e, in fondo alla sala, gli uomini. Ci volle un po’ ma, finalmente, scese il silenzio. Gli sguardi si posavano prima su uno poi sull’altro e infine sul sindaco che non riusciva a reprimere gli sbadigli. Ad un tratto una bimbetta magra magra e con le treccine che le incorniciavano il viso alzò la manina e disse: “Perché non chiediamo aiuto al re dei venti?”. 

Già, perché? Cominciarono a domandarsi gli ortesi. “Presto! qualcuno di voi parta immediatamente a cercare questo re – ordinò il sindaco che non vedeva l’ora di rimettersi a dormire”. 

Certo non fu cosa semplice, il tempo trascorreva e qualcuno cominciava a preoccuparsi della sorte di coloro che erano partiti per questa avventura, anzi, le speranze erano praticamente terminate quando il solito bimbetto bene informato arriva correndo e urlando sulla piazza: “Sono tornati!”. Di organizzare una festa di benvenuto neanche a parlarne, l’eccitazione era tanta che perfino il sindaco si precipitò in piazza. “Allora ce l’avete fatta? Avete trovato il re dei venti? Dov’è? Io non lo vedo!”. Le domande si sovrapponevano le une alle altre tanto che gli uomini non riuscivano a rispondere. 

“State calmi perché di re dei venti ve ne abbiamo portati tre! Eolo, il re greco, Njörd, il re celta e Fūjin, il re giapponese”. Ognuno di loro aveva un vortice personale che faceva alzare la polvere sotto gli occhi increduli degli ortesi. L’evento era di quelli unici nel suo genere, mai i tre re si erano incontrati. Il sindaco prese in mano la situazione invitandoli in comune spiegando quello che gli abitanti del lago volevano da loro: solo un po’ di vento! 

“E ci avete scomodati per qualche venticello? – dissero i tre re all’unisono – bastava dirlo e vi avremmo accontentati subito”. Confabularono tra di loro poi si misero sull’imbarcadero. Eolo alzò le braccia e disse: “Vieni “Blem” da oggi soffierai su questo lago da Carcegna e da Miasino e vieni anche tu “Marascon”, da Lagna e da San Maurizio”. 

Subito dopo fu Njörd a gridare: “Soffia “Inverna” da Gozzano e anche tu “Tramuntana” vieni da Pella”. 

Infine fu la volta di Fūjin a chiamare il “Vent” da Omegna e il “Cus” dal Nord: “Il “Cus” porterà tempo piovoso, non sarà troppo forte, strierà il lago e durerà almeno tre giorni”. 

Uno scroscio di applausi accompagnò la scorribanda dei venti appena chiamati sul lago d’Orta e, mentre i re si apprestavano a tornare nelle loro terre, un vecchietto si avvicinò e disse loro: “A proposito del “Cus”, ho pensato che calzerebbe a pennello questo detto: “Cus, trì dì a l’us”, che significa proprio che dura tre giorni!”




Questo racconto è opera di Paesesommerso e fu pubblicato alcuni anni fa su Ecorisveglio.

domenica 21 giugno 2015

Taxi per l’inferno

La nebbia copriva la pianura come un sudario, ma ciò non era un problema per “Johnny”: lavorava meglio con la nebbia. Appoggiato al lampione si accese una sigaretta e guardò l'orologio.
Mezzanotte. Forza, sbrigati, ho fretta di conoscerti.
Sorrise al pensiero. Vide le luci di un'auto e si sporse in avanti, ma quella proseguì la sua corsa.
Maledizione! Quanto tempo ci mette? E avevano detto cinque minuti. Balle! 
Diede un calcio ad una lattina.
Sono dieci minuti che aspetto! Gli farò pagare anche questa, può starne certo. Se almeno sarebbe una donna... 
Johnny non aveva studiato molto, ma la pistola che teneva sotto la giacca di pelle gli aveva aperto lo stesso molte porte. In quel momento due fari ruppero la nebbia puntando su di lui. Aguzzando la vista vide la scritta luminosa TAXI. Scese dal marciapiede, scavalcando le auto in sosta vietata e fece un cenno con la mano. Il veicolo mise la freccia e accostò.
Sei mio, pollo.
Poi vide il colore della carrozzeria ed ebbe un attimo d'esitazione. Non era bianco e nemmeno giallo, ma di uno strano rosso cupo. Anche i cristalli erano insoliti, completamente oscurati. Johnny imprecò sbalordito e come per risposta il finestrino si abbassò di un paio di centimetri.
«Taxi, signore.»
Il rapinatore si sentì gelare. C'era qualcosa in quella voce, qualcosa di freddo, di lontano, come un'eco. E non era una domanda, ma una sfida. Johnny non si era mai tirato indietro davanti a nulla, sin da quando, a tredici anni, aveva accoltellato un coetaneo che non voleva consegnargli le scarpe di marca. Gettò la cicca dopo averne tirato un ultima voluttuosa boccata, aprì la portiera posteriore ed entrò.
«Via Selva. Schizza.»
L’auto partì sgommando e Johnny fu spinto violentemente contro il sedile. Non vide il taxi bianco fermarsi accanto al lampione. Faticosamente si risollevò, imprecando tra i denti. Il guidatore correva velocissimo, incurante della nebbia, come se vedesse perfettamente la strada. Solo i fari sempre più radi di altre automobili rompevano di tanto in tanto il grigio muro di oscurità.
Johnny osservò la testa del taxista, coperta da un nero cappello a larghe falde e dai baveri rialzati del cappotto dello stesso colore. Soltanto una ciocca di sudici capelli bianchi sfuggiva ribelle a quella tenebra. Ci avrebbe piazzato volentieri una pallottola…
Lo provocò un po', tanto per divertirsi.
«Sei pazzo a correre così con questa nebbia! Non hai paura di farti male?»
«Conosco questa strada come le mie tasche, signore, la percorro da un'eternità».
La risposta fu seguita da sterzata così brusca da mandare Johnny a sbattere contro la portiera. Una violenta bestemmia gli proruppe dalla gola.
«Non dovrebbe bestemmiare, signore...»
«Ma chi ti credi di essere per darmi dei consigli, eh? Rallenta invece, che ci schiantiamo contro un muro.»
«Ho fretta, altri clienti mi aspettano. E devo battere la concorrenza, signore.»
«Adesso basta, io non mi faccio prendere per il culo da te, chiaro? Non so che cazzo ti sei fatto per berti il cervello così, ma non me ne frega un cazzo!» Johnny estrasse la pistola, puntandola alla nuca del guidatore. «Accosta e fuori i soldi o ti faccio saltare quel poco cervello bacato che ti rimane.»
«Cosa credi di fare con quella pistola inceppata, Johnny?»
«Come cazzo fai a sapere il mio nome?» domandò sorpreso. «Ora ti faccio vedere io se è inceppata!»
Puntò l'arma e premette il grilletto.
KLIK.
Riprovò.
KLIK.
Ancora e ancora.
KLIK, KLIK, KLIK, KLIK.
Imprecando Johnny alzò l'arma per colpire col calcio, ma la mano dell'autista scattò all'indietro velocissima e con un tocco gelido gliela strappò di mano. Johnny lanciò un urlo di dolore e si ritrasse stringendo la destra, rigida e gelata.
«Ommerda, che cazzo mi hai fatto? Che cazzo hai fatto alla mia mano?» gridò disperato.
«Avrai modo di riscaldarla, non preoccuparti.»
Johnny guardò disperato l'arto che aveva assunto un colore bluastro e gli faceva un gran male. Non riusciva a capire come avesse fatto a fregarlo a quel modo. Si slanciò verso la portiera, ma questa non si aprì, era chiusa, bloccata. Era in trappola, anche se forse c'era una possibilità... Sì, certo, prenderlo per la gola e costringerlo a fermarsi. Johnny era forte, molto forte.
«E avere entrambe le mani paralizzate? Lascia perdere, non ti conviene. Piuttosto ascolta cosa dice la radio, credo ti riguardi.»
La voce del guidatore era così sicura da risultare terrorizzante. Il rapinatore rimase immobile, mentre l’altro alzava il volume con la mano guantata. Un coro di voci, prima deboli, poi sempre più forti.
«Assassino, assassino, ASSASSINO!»
«No!» Johnny cercò inutilmente di tapparsi le orecchie.
La parola gli rimbombava nel cervello, senza tregua, come un martello pneumatico. Poi, all'improvviso cessò. Alzò gli occhi e vide un volto che lo osservava attraverso il parabrezza.
«Carlo Bignami. Aveva quindici anni quando lo accoltellasti. Ora è costretto su di una sedia a rotelle» la voce alla radio era una lama tagliente che mozzava il respiro.
Un secondo volto si affiancò al primo.
«Daniele Bianco. Lo uccidesti con un colpo alla nuca perché si era ribellato. Due figli e una moglie lo piangono.»
Altri volti apparvero accanto a questi. Di ognuno la voce ricordava il nome e il delitto: rapine, ferimenti, stupri e omicidi vennero elencati in un rosario di accuse, mentre le sue vittime testimoniavano silenziosamente contro di lui. Infine i volti scomparvero e il silenzio calò.
Allora Johnny, scompostamente e senza ritegno, rise.
«Non hai uno straccio di prova. Nessun tribunale mi può condannare. Se speravi che confessassi con questo trucco ti sei sbagliato. Avanti, sbirro, portami dentro e facciamola finita con questa pagliacciata. Tanto il mio avvocato mi tirerà fuori subito.»
«Non ti sto portando in prigione: il tuo tempo è scaduto. Sei stato contato, pesato e trovato mancante.»
Quelle parole rimbombarono come una sentenza inappellabile. 
«Ma cosa vuoi allora?» balbettò Johnny. «Ommerda, sei uno di quei fottuti giustizieri... Vuoi dei soldi? Posso darteli… Tieni ho qui mille euro, ma posso darti di più, diecimila, quindicimila... quanto vuoi? Quanto vuoi?»
L'autista fermò il taxi e si voltò, tendendo la mano e mostrando il volto scheletrico incorniciato da una lunga e sudicia barba bianca. I suoi occhi, rossi come la brace, lo fissarono per un istante lungo come l’eternità.
Infine il demonio parlò.
«Solo una monetina prima di scendere: ma in fretta, anima dannata.»    



Il racconto ha a che fare con Caronte, ma in questo caso non stiamo parlando del simpatico barcaiolo etilico del lago d'Orta...




venerdì 19 giugno 2015

Il coraggio di Tolkien


Nel 1938 Tolkien comprese che la storia che stava scrivendo era giunta ad un punto di svolta. Quella che era nata come “il seguito dello Hobbit” stava diventando qualcosa di profondamente diverso. 

La chiave era nell’Unico Anello che Bilbo aveva trovato nel primo romanzo e che andava distrutto prima che il Negromante, che l’aveva perduto e lo cercava ovunque, potesse ritrovarlo. 

Con quattro figli da mantenere Tolkien in quegli anni si trovava in grandi difficoltà economiche e stava a galla solo correggendo i compiti, oltre il lavoro che già svolgeva. Un semplice e rassicurante seguito dello Hobbit avrebbe potuto dargli quel denaro di cui aveva bisogno. 

Se invece avesse seguito la strada che passava per l’Anello avrebbe dovuto faticare anni per creare qualcosa che da secoli nessuno aveva più nemmeno immaginato di fare e di cui l’Inghilterra sentiva la mancanza: dare corpo e ali a una nuova epica, potenzialmente adatta a un pubblico di tutte le età, ma per la quale all’epoca non esisteva un mercato. 

Tolkien, coraggiosamente, scelse la strada più impervia.

mercoledì 17 giugno 2015

Il ponte del bosco





Tra i luoghi di ritrovo delle streghe citati nell'inchiesta del 1519 compare un "ponte di Armeno". Non è chiaro di quale si tratti. 

C'è però una singolare coincidenza. Al Punt dal bosc, una struttura in rovina alla confluenza tra l'Ondella e l'Agogna, era tradizione recarsi per invocare la pioggia.
Il rito prevedeva che le donne in processione raccogliessero acqua da una sorgente, prendendola in bocca, per poi sputarla dal ponte. Al centro di questo sorgeva una cappella sacra crollata anni fa e sostituita da una struttura di metallo. 

Onestamente non ci avevo fatto caso prima, e condivido la mia domanda con voi. Chi si è arrampicato su un ponte pericolante per lasciare davanti all'effige sacra una bottiglietta di acqua minerale? Un vandalo incivile? O il fatto che sia ordinatamente disposta accanto a due pietre ai piedi dell'immagine non è una coincidenza?



domenica 14 giugno 2015

Il messaggero

Il cielo stellato si stendeva ancora sull’erba profumata di rugiada della prateria, ma i primi chiarori dell’alba preannunciavano il sorgere di un nuovo giorno. E il cavaliere riprese a parlare.

“Guarda, amico mio, l’alba è vicina e presto vedremo le bianche mura della capitale. 
Essere un messaggero del re è un ruolo importante, non per vantarmi, che richiede devozione, discrezione e abilità. Pericoli e spie sono dappertutto, occorre essere astuti. E la fatica aumenta sempre. Un tempo il regno era più piccolo, ma abbiamo sovrani valorosi in guerra e saggi in pace che hanno esteso i confini. Io stesso quando ero giovane avrei potuto attraversare il paese in pochi giorni, mentre ora mi ci vorrebbero mesi. 

Per lunghi anni non ho fatto altro che portare i dispacci del Re e ora che questo viaggio sta per terminare non so cosa sarà di me. Da sempre la mia stirpe ha portato messaggi per i Re di questo paese. Come la tua ha portato in groppa i messaggeri del Re. Da molti anni chiedevo al Re di mettermi a riposo. È molto vecchio ormai, il Re, benché dica di essere più giovane di me e mi chiami “vecchio mio”. A volte, ma che rimanga tra noi, dice cose strane, che non capisco, ma in fondo è un brav’uomo. Per molti anni ha respinto le mie richieste scuotendo la testa e borbottando tra sé, ma alla fine ha ceduto. Quando ci siamo congedati mi è sembrato persino commosso. Ora sono felice, benché ignori cosa sarà di me. Non ho mai incontrato messaggeri a riposo, ma so che il Re provvederà a tutto.

Ho viaggiato tanto. Si sa che i viaggi danno l’esperienza, che è la base della saggezza. Ho percorso miglia e miglia sulle piste di tutto il regno. Ho visto città splendide e tuguri miserrimi, uomini di ogni razza ceto sociale e religione. E donne... Ne ho viste di bellissime sai? Bionde e more, ricche e povere, vergini e prostitute. Ho solo un unico rimpianto, quello di non essermi mai fermato in una città, per parlare con la gente. 

Ho anche un figlio, sai? Un mattino di primavera il Re mi chiamò e mi disse che dovevo avere un figlio, che potesse prendere un giorno il mio posto. Risposi che per me andava bene quello che a lui piaceva. Mi condussero una ragazza bionda. Non era bellissima, ma mi amava. Sono stato con lei a lungo, quasi sette mesi, finché non rimase incinta, poi ripresi la pista.

Sono molto orgoglioso di mio figlio. Come è bello! Così fiero nel cavalcare, che sembro io a vent’anni, lanciato sulle piste ingoiando la polvere. Ogni tanto ci incontriamo. Quasi sempre procediamo in direzione opposta, ma una volta mi è persino capitato di fare un breve tratto assieme a lui. Ci intendiamo al volo, sai? Io so quello che prova quando mi vede e sono sicuro che anche lui nutre gli stessi sentimenti. 

Guarda le bianche mura della capitale! Il mio galoppo lungo una vita è giunto alla fine.”

Il Viceré lesse il messaggio consegnatogli dal vecchio e sollevò un sopracciglio. Poi ordinò ai suoi uomini più fidati di dargli una morte rapida e indolore, secondo gli ordini del Re.





venerdì 12 giugno 2015

Tolkien alla ricerca di un seguito per Lo Hobbit



L’editore Stanley Unwin, della Allen & Unwin, dopo la pubblicazione de “Lo Hobbit” nel settembre 1937 chiese a Tolkien un seguito della storia, che aveva avuto un buon successo editoriale. Il professore gli presentò una borsa piena di carte, che conteneva anche una copia in prosa del “Silmarillion”. 

L’editore però era alla ricerca di un’altra avventura “per bambini” dove comparissero Bilbo e gli altri protagonisti della Terra di Mezzo. E lo stesso Tolkien sapeva che l’opera per lui più preziosa, il “Silmarillion”, non era ancora pronta per la pubblicazione. 

Si mise dunque a scrivere “Una festa a lungo attesa”, che l’editore accolse molto bene, invitandolo a portarlo avanti. Vari problemi personali, la guerra e soprattutto una profonda evoluzione della storia nella mente di Tolkien avrebbero reso la scrittura del “seguito de lo Hobbit” una faccenda molto lunga. E quello che ne sarebbe uscito alla fine sarebbe stato qualcosa di profondamente diverso.

mercoledì 10 giugno 2015

Un'elegante cacciatrice

Ieri sera, uscendo di casa per sbrigare una di quelle simpatiche occupazioni note come “portare fuori la spazzatura” ho notato in mezzo alla strada un animaletto.

“Cosa fai lì, micetto?” ho chiesto, preoccupato del possibile sopraggiungere di un’automobile.
Non che mi aspettassi una risposta naturalmente, ma rientra nella normalità parlare agli animali. I problemi casomai cominciano quando ti rispondono…

Ad ogni modo l’animaletto mi guardò in modo strano, dopodiché fece dietro front, portandosi sull’altro lato della strada. Fu allora che mi avvidi dell’errore. Quello che avevo di fronte non era un gatto, ma certamente un mustelide. Fece un po’ avanti e indietro, senza mostrare troppo timore, prima di lanciarsi di corsa per la strada verso il cancello di una vecchia fabbrica semidiroccata, dentro cui svanì.

Non avevo modo di fotografarlo, ma in seguito, controllando sul web, ho ipotizzato potesse trattarsi di una donnola, viste le piccole dimensioni e una certa eleganza che distingue questo grazioso animale dalla più grossa faina.

Proseguendo nell’opera di documentazione ho scoperto che la donnola era considerata da Brunetto Latini, il celeberrimo maestro di Dante Alighieri, il peggior nemico di una temibile creatura di cui abbiamo già avuto modo di parlare.

E pensando alle balze scoscese e pietrose che si trovano alle mie spalle ho rivolto un pensiero di riconoscenza alla piccola e graziosa donnola che pattuglia queste aspre rocce alla ricerca del suo grande avversario e della sua preda più ambita: il velenoso e pericolosissimo basilisco.



domenica 7 giugno 2015

L’intortatore a pedali


Da parecchio tempo non parliamo di lui, ma lui continua a esistere e operare. Per fortuna, o sfortuna, delle sue amiche e nostra che abbiamo argomenti di conversazione.
Ho incontrato il Rubinettaio a una cena di paese e mi ha raccontato del nostro comune amico munito di macchina da millanta cavalli.
Pare però che il Nostro, un po’ per seguire la moda, un po’ perché ci tiene alla linea, abbia deciso di dedicarsi anche a uno sport diverso dalla caccia alle pollastre. 
Così, acquistata una bicicletta in fibra di carbonio da qualche migliaia di euro e l’attrezzatura completa da ciclista che nemmeno Chiappucci ai suoi tempi, ha inforcato i pedali e ha cominciato a macinare chilometri.
Però a pedalare da soli dopo un po’ ci si annoia. Inoltre, seguendo la legge di gravitazione universale del ciclista domenicale, dove ce n’è uno dopo un po’ un secondo si aggrega e poi un terzo e così via a formare dei bei greggi di tutine variopinte.
Naturalmente il simile trova il simile, così l’Intortatore ha trovato un gruppo di suoi Pari. Così questi simpatici ritrovi diventano l’occasione per competizioni sportive autogestite basate sul chilometro e il minuto secondo. Oltre che per dare sfogo alla loro virilità sputacchiando allegramente a destra e a manca, marcando il terreno come fanno i cagnetti maschi quando trovano un albero.
A differenza però di tutti gli altri ciclisti della domenica, che girano rispettosi del codice della strada, il Nostro e i suoi Pari hanno messo insieme un gruppetto di facinorosi teppistelli su due ruote che se ne infischia allegramente delle regole.
Se vi capitasse il caso di incontrarli li riconoscereste immediatamente perché invece di procedere in fila indiana sul bordo della strada l’Intortatore guida la sua mandria cercando di occupare tutta la carreggiata, poco importa se sia una strada rettilinea o piena di curve cieche pericolosissime. 
Al grido di “la strada è nostra!” i baldi pedalatori si lanciano in manovre spericolate, seguendo il proprio Codice d’Onore: 
mai fermarsi agli stop; superare sempre sulla destra i veicoli lenti o incolonnati; pretendere sempre e comunque la precedenza; accodarsi ai mezzi pesanti per sfruttarne la scia; ignorare i semafori; non cedere mai un centimetro di strada agli automobilisti; accelerare in prossimità delle strisce pedonali; e soprattutto ribattere colpo su colpo a ogni offesa.
Tra quelle intollerabili, la più insopportabile per l’Intortatore e la sua piccola, per fortuna, gang a pedali, è l’utilizzo del clacson. 
“Se la mia bicicletta non ha il campanello" dice il Nostro "non vedo perché tu debba utilizzare un avvisatore acustico più potente del mio per ordinarmi di farti strada. Stai lì dietro e muori, come io soffro sui pedali per costruire un mondo migliore!”
Quel giorno poi l’Intortatore era particolarmente in forma. Stava cercando di battere un proprio record personale e l’ultima cosa che aveva voglia di fare era perdere tempo con qualche automobilista col piombo sull’acceleratore.
Così all’ennesimo colpo di clacson, nemmeno singolo ma addirittura in coppia, il Nostro decise di rispondere come si doveva. Sguainando la sinistra eresse l’indice verso l’alto a indicare all’impaziente autista la via che doveva prendere.
Seguì un breve istante sospeso, in cui anche il rumore della macchina parve svanire. Attorno si era fatto silenzio come ai tempi del vecchio west, quando l’eroe sfidava a duello il malvagio ladro di bestiame.
Quella stasi durò pochissimo. Il suonatore di clacson non era un bandito, ma piuttosto lo sceriffo. L’auto dei Carabinieri accese le sirene e con tanto di paletta intimò al Nostro e ai suoi Pari un arresto immediato.
Seguirono le contestazioni. Secondo una ignorata norma del codice della strada infatti “i ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila”. Prima contravvenzione.
La pattuglia inoltre disponeva il sequestro di tutte le biciclette in quanto veniva contestata la mancanza dell’obbligatorio avvisatore acustico. Il famoso campanello, insomma. 
Infine, ma questo riguardava solo il Nostro, si procedeva a denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale.
L’Intortatore ha molti mezzi e certamente un buon avvocato per smontare tali infamanti accuse. Nel frattempo però, e questo era ciò che più gli bruciava, la possibilità di battere il sopra citato record era svanita.


venerdì 5 giugno 2015

Un buco nel tappeto per il professor Tolkien


In un noioso pomeriggio di un caldo giorno d’estate il professor Tolkien stava correggendo i compiti di letteratura inglese. 

Notando un buco nel tappeto gli venne l’impulso di scrivere, su una pagina lasciata in bianco da uno degli esaminandi: “In un buco del terreno viveva uno Hobbit”. 

In seguito cominciò a immaginare cosa fosse uno Hobbit e quale potesse essere la sua storia. Nessuno però, nemmeno lo stesso Tolkien, è riuscito a dare una data precisa a questo episodio, entrato nella leggenda.

mercoledì 3 giugno 2015

Antiche streghe a Crana


Secondo gli atti di accusa raccolti dal vice inquisitore della Diocesi di Novara nel 1519 a Crana le streghe si recavano sovente per i loro malefici.
Una notte "guastarono" un giovane che era sulla strada e un'altra scagliarono un maleficio sul bambino di un certo Giacomino Testore di Crana, che però risiedeva ad Ameno.
Ma Crana non era certo l'unico luogo scelto dalle streghe per i loro incontri notturni...

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.