mercoledì 30 ottobre 2013

Aspettando il Grande Cocomero



Linus van Pelt, uno dei bambini protagonisti dei Peanuts, è convinto che nella notte di Halloween il Grande Cocomero sorga dall'orto più sincero per elargire doni ai bambini. Ogni anno gli scrive, come a una sorta di Babbo Natale, e ogni anno cerca di convincere gli altri bambini e il cane Snoopy ad attendere con lui l’arrivo del Grande Cocomero. La sua fede tuttavia non riesce a contagiare gli amici che prima o poi lo lasciano solo per andare a praticare il tradizionale "dolcetto o scherzetto". 
Così, invariabilmente ogni anno, il Grande Cocomero non si manifesta al povero Linus cui non resta che tornarsene a casa, deluso. La sua fede, tuttavia, non si spezza e l’anno successivo potete stare certi che sarà di nuovo lì, ad aspettare il Grande Cocomero.

Non ho idea del perché nella traduzione italiana “The Great Pumpkin”, vale a dire “la Grande Zucca" sia diventata un cocomero. Farse perché all’epoca dell’arrivo dei Peanuts in Italia le zucche della festa di Halloween erano molto meno conosciuta dei cocomeri? Ad ogni modo, se condividete la fede di Linus, sarà meglio passare la notte di Halloween in un orto dove non ci siano cocomeri, ma zucche, come quello nella foto ad Ameno.

Se poi volete approfondire le sorprendenti origini di questa festa vi rimando a questo post scritto cinque anni fa ma sempre attuale.

Se invece pensate che queste siano storie vecchie, morte e sepolte, vi devo dire due cose. La prima è che stiamo proprio parlando di morti che escono dai luoghi dove erano sepolti, come quelli che vanno a costituire l’Armata delle Tenebre  in questo racconto.

La seconda è un fatto che mi è accaduto realmente. Stavo appunto parlando delle origini di Halloween in un ristorante della valle Strona, quando fui interrotto dal brusio che si levava da uno dei tavoli. Quando chiedemmo cosa stesse accadendo, scoprimmo che un’anziana signora, che mai aveva sentito parlare di Halloween, dei Celti, di Hellequin e della sua masnada, stava raccontando una storia. Quando era piccola sua nonna le raccomandava di non stare in mezzo alla strada la sera del giorno dei morti, perché in quelle ore sarebbero passati gli spettri in processione.

Si trattava certamente della stessa tradizione che ho raccontato qui prendendo spunto da una vecchia leggenda.

mercoledì 23 ottobre 2013

Le risaie di Noè


Un problema angustiava il Grande Tessitore. Per anni aveva lavorato nell’ombra per creare le condizioni per rendere possibile quello che migliaia di cospiratori in tutta Italia attendevano.
Aveva ottenuto l’attenzione dei Grandi d’Europa inviando i soldati del piccolo regno di cui era Primo Ministro a combattere una guerra ai confini dell’Asia. 
Aveva stretto accordi segreti con l’Imperatore dei Francesi, promettendo cessioni territoriali dopo la vittoria e dandogli un piccolo anticipo. Gli aveva infilato nel letto un’incantatrice, una sua affascinante cugina, che aveva saputo sedurre l’Imperatore e guadagnarlo alla causa del piccolo regno.
Aveva anche riarmato l’esercito, il cui nerbo era costituito da montanari e contadini perfettamente addestrati e disciplinati il cui motto era “non ti muovere”. Ed erano davvero capaci di non muoversi di un metro, di non cedere posizione nemmeno davanti alla carica della cavalleria, scaricando una scarica di fucileria dopo l’altra prima di andare all’attacco con le baionette inastate.
Tutto era pronto, insomma, salvo un piccolo dettaglio. La condizione perché la Francia scendesse in guerra a fianco del Piemonte contro l’Austria era che fosse questa la prima ad attaccare. 
Ciò presentava tre problemi. 
Innanzitutto tra l’esercito alleato francese e il Piemonte, c’erano di mezzo le Alpi, il che implicava che per alcuni giorni o settimane i Piemontesi avrebbero dovuto cavarsela da soli.
Purtroppo però la disparità di forze militari era a sfavore dei Piemontesi, che erano numericamente soverchiati dagli Austriaci e da soli sarebbero andati incontro alla sconfitta, come a Novara nel 1849. 
Infine la distanza tra il confine, il fiume Ticino, e la capitale del regno, Torino, era di un centinaio di chilometri, distanza che poteva essere percorsa in breve tempo.
Il risultato di questa equazione era uno solo: gli Austriaci avrebbero raggiunto la capitale prima dell’arrivo degli alleati. Un disastro insomma...

giovedì 17 ottobre 2013

Una solenne tirata d’orecchie

«Devo tirarti le orecchie!»
Mi apostrofò così un’amica mentre scalavamo sentieri sassosi. Sulle prime cercai di far notare che il mio compleanno era ancora lontano, ma il suo sguardo serio e, soprattutto, il drago che portava appollaiato sulla spalla m’indussero ad ascoltare il resto del discorso. Conosco bene, infatti, quel tipo di drago. E so che, benché non sia ancora in grado di parlare perché è un cucciolo, è già molto velenoso. Se aggiungete che è destinato a crescere e a diventare sempre più famelico, comprenderete meglio la mia cautela nel contraddire la sua portatrice umana.
«L’altro giorno» iniziò a spiegarmi la ragazza col drago «sono venute da me due persone. Mi hanno detto di aver scoperto il mio blog tramite il tuo e che volevano incontrarmi alla presentazione del libro che c’è stata ieri.»
Dovete sapere infatti che l’amica, mia e del drago, è una scrittrice che ha pubblicato vari racconti e recentemente un romanzo ambientato sul lago d’Orta, di cui ho parlato qui.
«Mi hanno detto, anche, che è un peccato che tu sia così latitante, ultimamente. Il blog viene aggiornato troppo poco! Ho promesso loro che ti avrei dato una bella tirata d’orecchie!»

Allora feci l’unica cosa che potevo fare in quel frangente. Spiegai  

1) che il lavoro assorbiva buona parte del mio tempo. Il che è vero, ma è palesemente una scusa fragile, perché ho sempre scritto i miei testi a casa. Così aggiunsi

2) che in realtà ero stato impegnato a scrivere dei racconti per partecipare a diversi concorsi letterari (comprese le selezioni per un talent letterario televisivo), in uno dei quali  ho persino vinto (colgo l’occasione per ringraziare gli organizzatori di GialloStresa) un soggiorno premio in una bellissima località ossolana

3) che a casa sono impegnato a (fingere di) aiutare Malikà nella Missione Impossibile di conciliare i suoi doveri di mamma e folletta lavoratrice, ma che soprattutto 

4) è impossibile avvicinarsi al PC prima di una certa ora, perché come ti siedi ecco materializzarsi dal nulla di fianco al tuo gomito una testolina che grida
«CATONE!»
che tradotto dal bimbese di mia figlia all’italiano standard suona pressappoco così
«Voglio sentire le mie canzoni preferite su you tube e se non me le farai ascoltare subito ripeterò enne volte la mia richiesta e se non basterà inizierò ad allungare le mani verso la tastiera e se questo ancora non ti avrà convinto mi metterò a piangere.»
Comprenderete che non si può far piangere una bimba che vuole solo essere presa in braccio per ascoltare le sue canzoni del cuore che, per la cronaca, sono "POTOTATO" ("The lion sleeps tonight") “LEONE” (“Il cerchio della vita” da “Il re leone”  ), CIUNCA (“lo stretto indispensabile” da “Il libro della giungla”  ) e “CAVALLO BALLA” (“La danza del regno” da “Rapunzel”). 
Così prima dell’ora della nanna della bimba al computer non si riesce proprio a lavorare e dopo di questa si avvicina pericolosamente l’ora del sonno per chi a quel punto dovrebbe scrivere. 

Aggiunsi anche alcune classiche, come

«C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette!»

scuse che di solito funzionano sempre con le ragazze, anche se sono armate di mitra. Almeno nei film. Purtroppo per me non eravamo a Hollywood e la ragazza non aveva un mitra, ma un drago puntato a pochi centimetri dalla mia faccia. Una creatura, aggiungo, dalla cui gola proveniva un brontolio minaccioso. Un verso che diceva tutto e nulla di buono prometteva.
Come tutti sanno, i draghi sono maestri dell’inganno, per cui fregarne uno è come cercare di vincere al Superenalotto. Si dice che qualcuno ci riesca, di tanto in tanto, ma del fortunato, guarda caso, non c’è mai traccia.
A quel punto avrei potuto forse raccontare la verità pura e semplice. Purtroppo, come diceva Oscar Wilde, "la verità è raramente pura e mai semplice". Nel mio caso poi sarebbe sembrata il parto della fantasia di un poeta ebbro d’idromele, così chinai le testa e tacqui.

Il risultato lo vedete. Non mi riferisco all’immagine iniziale, anche se confesso che un tantino male le orecchie mi fanno ancora, quanto al presente post che è un modo per tener fede alla promessa di scrivere con maggior frequenza. Diciamo settimanale? Va bene, diciamolo.

Un’ultima cosa: per gli scettici, che abbondano sempre in ogni parte del mondo, la ragazza aveva veramente un drago sulla spalla. Guardate qui, se non mi credete… 

venerdì 11 ottobre 2013

Un amico di spirito



Caronte è un tipo di spirito. Non mi riferisco alle sue battute, che di solito sono monotematiche e di dubbio gusto, e nemmeno ai due simpatici baffoni che stanno tra il sorriso sornione e l’occhietto furbo. È il perenne grado alcolico all’interno del suo sistema vitale che lo rende molto simile a una di quelle bottiglie di liquore con percentuali a due cifre.
La sua giornata si apre col bianchino delle sette e si chiude – dopo una serie di bianchi, rossi, aperitivi, rovinati e grappe varie – a un’ora variabile della sera quando si avvia traballante verso casa o, nei casi estremi, quando la moglie viene a prenderselo con la carriola.
È pertanto un mistero, per me, come possa dirigere la sua barca infallibilmente e senza incidenti. Certo, c’è la storia di quel poeta tedesco con cui ebbe una collisione una sera dello scorso inverno, ma occorre dire che anche l’altro, quando lo ripescarono dall’acqua, era palesemente così su di giri che non si poté mai stabilire con esattezza chi avesse urtato chi e di chi fosse stata la precedenza.
Anzi in quell’occasione il pubblico dei bar di Orta si divise in due accese fazioni contrapposte. Non esattamente alla pari, dovrei aggiungere, perché da una parte c’era Caronte con tutti gli ortesi, per una volta incredibilmente uniti in un partito solo, dall’altra stava il solo Günther che proclamava, in un sincretismo urlato di termini nord e sud alpini, che era lui dalla parte giusta. D’altro canto, anche questo occorre dirlo, è un antico malvezzo dei poeti vedere sé stessi contrapposti al mondo intero, perché questo si ostina a non tributare loro il riconoscimento che senza dubbio alcuno meritano.
Ad ogni modo, se la vostra idea di divertimento coincide con quella di Caronte, potete raggiungerlo nel bar di Orta dove staziona quasi permanentemente. 
Se però poi fate la fine del povero Silvestro – che trovai una mattina sopra la scatola e che dopo qualche ora era riuscito, non saprei dire come e apparentemente senza aiuto, a rimettersi (quasi) in piedi – non lamentatevi: io vi avevo avvertito.



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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.