giovedì 9 giugno 2011

L'indagatore dei misteri dei dialetti


L’amica blogger Stella  ha voluto condividere con i lettori del Lago dei misteri questo scritto, dedicato a Paul Scheuermeier, mitica figura della ricerca antropologica. La ringraziamo e l’ospitiamo molto volentieri.

Basta spostarsi anche solo di pochi chilometri da casa per accorgersi che le parlate e il nome attribuito ad alcuni oggetti cambia notevolmente. Ogni luogo ha il suo dialetto e di questo era ben consapevole il giovane svizzero Paul Scheuermeier quando, negli anni 20 del secolo scorso, inizia un lungo viaggio alla ricerca di parole sostenuto dai suoi maestri i linguisti Karl Jaberg e Jacob Jud che, su modello dell’Atlante  Linguistico della Francia, vogliono realizzare l’AIS Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera settentrionale.
L’impresa si prospettava ardua.
I mezzi a disposizione, visti gli scarsi finanziamenti, erano pochi – un taccuino e una macchina fotografica – tuttavia, l’ostacolo più insidioso da affrontare erano i Sujets o come li chiameremo noi oggi Informatori.
Scheuermeier fu stato fortunato perché nelle località censite trovò molte persone disposte a descrivere come venivano svolte alcune attività – come , ad esempio la lavorazione dei bachi da seta in Lombardia – e a posare per lui accettando ‘il fotografista straniero’. La disponibilità dei suoi informatori gli ha fornito moltissimo materiale diventato oggi un’eccezionale testimonianza di un mondo ormai scomparso.
Egli stenografava tutto, indagando i rapporti tra parole e cose non meccanicamente, ma cercando di capire come si chiamavano le varie parti.
Numerose carte dell’Atlante si riferiscono ad animali. Per esempio ha registrato il variare della parola “cane” nei ben 700 dialetti da lui rilevati. Tuttavia una delle domande dei questionari riguardava il “Ceppo di Natale”. Questa rappresentava una vera e propria eccezione in quanto Scheuermeir non era interessato alla ritualità.
La tradizione vuole che il giorno della vigilia di Natale venga messo un ceppo di legno nel camino e una volta acceso il fuoco si facciano delle offerte per prosperità e salute. Il fenomeno era molto esteso in Spagna, Francia, Italia, Svizzera, Serbia, Croazia e Bulgaria ma la cerimonia stava scomparendo. La saggezza popolare spiega così la fine di questa pratica “Il Ceppo di Natale è stato ucciso dalla stufa”.
La costruzione delle fotografie dello Schuermeier è sempre legata al mostrare gli oggetti da lavoro come ad esempio una foto in cui sono ritratti cinque bambini all’interno di una cesta per rendere l’idea della capienza di quest’ultima. Le didascalie fornivano una descrizione del procedimento, il nome delle attrezzature e alcune osservazioni sulle persone ritratte.
La fotografia era già presente nelle zone censite dallo studioso, gli abitanti erano in un certo senso abituati, comunque con delle eccezioni.
Una zona del trentino era popolata da un’isola linguistica tedesca e i suoi abitanti si spostavano in tutto l’impero austro-ungarico per commerciare dipinti in vetro di carattere popolaresco religioso tornando poi con oggetti dei paesi che visitavano. Quando il Trentino fu annesso all’Italia tutto questo cessò e gli abitanti diventarono degli emarginati, quando non furono addirittura considerati spie tedesche.
Quando Schuermeier incontra delle donne del paese rimane colpito dai loro abiti legati alla trazione d’oltralpe ma queste sono schive perché temono che lui sia un fascista; anche a Grosio in Valtellina incontra delle difficoltà nel fotografare alcune donne: queste, infatti, temevano che delle loro foto si facessero cartoline diventando così dominio di tutti.
La foto era concepita come la rappresentazione di un momento significativo, oppure la concentrazione in essa di momenti in successione; si ritrovano così tutti gli attrezzi per la produzione del burro anche se legati a fasi diverse di questa; oppure una coppia di mercanti di stoffe mentre prepara il banco in Piemonte, a Borgomanero (cittadina molto vicino al Lago d’Orta, dove ancora oggi si svolge un importante mercato, n.d.r.).
Il giovane Paul dedica un ciclo di foto alla coltivazione del baco da seta, durante il suo soggiorno a Ligornetto in Canton Ticino; un’attività questa molto praticata perché remunerativa e in Piemonte a tal proposito esisteva anche una legge che vietava l’abbattimento delle piante di gelso.
Spesso Schuermeier lasciava ai suoi Sujets la possibilità di organizzare la foto come accade a Gandino in provincia di Bergamo. In questa località, in occasione del Carnevale si esponeva un fantoccio con una maschera di legno dipinta ad una finestra di un palazzo e finite le celebrazioni del carnevale questo veniva impiccato, tuttavia non essendo periodo di Carnevale la gente vuole che il fantoccio venga fotografato seduto con una mazzetta di vino su una mano e la chitarra nell’altra.
 Tutte le foto di cui ho parlato si ritrovano nei testi pubblicati di recente Il Veneto dei Contadini 1921-1932; Il Piemonte dei Contadini 1921-1932 in due volumi ed infine Il Trentino dei Contadini 1921-1932; nei quali si può ammirare la bravura di Scheuermeier che oltre ha lasciarci una testimonianza di una storia non ufficiale ha realizzato un bellissimo reportage fotografico (nell'immagine di apertura, in cui si vede Paul con la moglie e un informatore, la costruzione della foto ricorda un quadro di Cézanne). Perché – come ci ricorda quella signora che, prima di essere intervistata, chiese a chi aveva già conosciuto il Scheuermeier “El xè un bèl om?” – anche l’occhio vuole la sua parte!
D.A. (Stella)

Una carta dell’Atlante relativa al termine grembiule.

martedì 7 giugno 2011

Pericolose passerelle dei pirati


Nelle storie e nei film sui pirati non manca mai un momento carico di grande tensione. È la scena del trampolino, con il prigioniero (o la prigioniera) spinto su una tavola sospesa sull’oceano, con decine di sciabole sguainate alle spalle e squali affamati nelle acque sottostanti, in attesa di gustare il loro pranzo quotidiano.
Si tratta in realtà di un’invenzione moderna degli illustratori moderni. Le cronache dell’epoca e gli studi che descrissero il fenomeno della pirateria non fanno mai riferimento a questa pratica, benché si diffondano sulle molte atrocità compiute dai predoni del mare.

Nonostante questo, l’immagine degli sventurati costretti a questo fatale salto è entrata nell’immaginario collettivo e non può mancare in qualunque storia di pirati. E ciò vale anche quando i pirati sono alquanto surreali e, soprattutto, musicali.
Nel 1980 viene pubblicato l’album “Sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, uno dei più grandi, (ma molti ritengono il più grande) rocker italiano. È il settimo della carriera di Bennato ed uno dei più fortunati. Il tema principale del disco è la lotta tra la ragione e la fantasia, rappresentata dal desiderio di volare e di restare bambini.

Come già aveva fatto per “Burattino senza fili” del 1977, ispirato alla fiaba di Pinocchio, Bennato è un concept album ispirato alla storia di un personaggio della letteratura per ragazzi, Peter Pan.
Peter Pan è un personaggio creato dallo scrittore scozzese James Matthew Barrie (1860-1937) nel 1902. Peter Pan è un bambino mai nato che si rifiuta di crescere e vive sull'Isola che non c'è, comandando la tribù dei Bimbi Smarriti. Grazie alla sua capacità di volare Peter Pan incontra talora i bambini del mondo reale.

“Seconda stella a destra questo è il cammino e poi dritto fino al mattino. Non ti puoi sbagliare perché quella è l'isola che non c'è”, così Bennato canta la strada per arrivare all’isola che non c’è.
L’isola, il cui nome inglese è Neverland, appare nelle menti dei bambini che dormono e in quelle degli adulti rimasti un po’ bambini. Non è un’isola noiosa, ma è bella, comoda e zeppa di avventure, essendo popolata da Sirene, Indiani, Fate, Gnomi e Pirati, comandati dal terribile Capitan Uncino, nemico giurato di Peter Pan, che gli ha tagliato la mano in duello dandola in pasto ad un coccodrillo, che da allora aspetta di gustare il resto.

Peter Pan compare in moltissime storie, non solo in quelle scritte da Barrie, che tra l’altro lasciò i diritti d’autore all'ospedale pediatrico Great Ormond Street Hospital.
Barrie era l'ottavo di nove figli. Fisicamente molto gracile, da piccolo cercava di conquistarsi le attenzioni dei fratelli raccontando loro delle storie. Quando un suo fratello quattordicenne morì tragicamente, subì un trauma profondo che lo avvicinò molto alla madre, con cui passava il tempo leggendo storie di avventura.

La storia di Peter Pan influenzò profondamente anche un altro cantante, Michael Jackson, di cui abbiamo parlato nella prima puntata della bottega del mistero.
Il cantante acquistò nel 1988 una grande tenuta di 1400 ettari nella contea di Santa Barbara, in California, trasformandola in un parco a tema dal nome Neverland Valley Ranch, ispirato al mondo di Peter Pan. Attorno ad essa circolarono tuttavia inquietanti storie, che ebbero anche conseguenze giudiziarie, finché fu venduta nel 2008, un anno prima della morte del cantante.

Edoardo Bennato, L’isola che non c’è

Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

domenica 5 giugno 2011

Salti leggendari



Ci sono salti destinati ad entrare nella leggenda, quale che sia la sorte di chi, per temerarietà o disperazione, li ha compiuti. Racconta, ad esempio, lo scrittore Bruce Chatwin di aver visto in Patagonia la tomba di un cavallo, di nome El-Malacara, dedicatagli dal suo padrone, John Evans.
Il 14 marzo 1883, tornando dalla Cordigliera, John Evans e tre compagni furono inseguiti e attaccati da un gruppo di indios. Vedendo i suoi amici cadere uno dopo l’altro sotto le lance degli attaccanti, John Evans spronò disperatamente il suo cavallo. Ed El-Malacara saltò un crepaccio largo quasi otto metri portando in salvo entrambi e guadagnandosi l’eterna riconoscenza del suo padrone.

Un tragico salto è legato anche alla vicenda che vede protagonista una madre coraggiosa vissuta nel Cinquecento, almeno secondo una leggenda (in realtà una novella scritta da Giacomo Giovanetti) del
Lago d’Orta che trae spunto da una storia vera.
Nel 1529 il lago d’Orta fu invaso da una banda di mercenari guidati da un capitano napoletano di nome Cesare Maggio. Mentre tutti i paesi venivano saccheggiati, la popolazione con le poche cose preziose salvate trovava rifugio nell’inespugnabile castello che a quel tempo sorgeva sull’Isola di San Giulio.  Gli uomini invece, si nascondevano nei boschi e sulle montagne, armati e pronti a scatenare il contrattacco non appena fosse stato dato il segnale, suonando la campana della Torre di Buccione.
Ed è qui che entra in scena Maria Canavesa, rimasta vedova a seguito di un brutale saccheggio avvenuto l’anno precedente da parte di altri mercenari. Avendo perso tutto, tranne il figlio, Maria si offre come volontaria per suonare la campana.
Con un trucco, Maria riesce a distrarre i soldati e ad entrare nella torre. Qui suona la campana, chiamando a raccolta gli uomini in attesa. Che sciamano come api rabbiose dai loro rifugi e attaccano gli uomini del Maggio, sconfiggendoli e mettendoli in fuga.
Per Maria tuttavia l’epilogo è tragico, perché i soldati che presidiano la torre si accorgono dell’inganno e cominciano a salire le scale.
Questa è la parte più drammatica della storia. Vistasi senza scampo, temendo quello che quegli uomini avrebbero potuto fare a lei e al figlio, Maria decide di fare un ultimo drammatico salto, lanciandosi dalla torre col figlio tra le braccia.

C’è un’altra leggenda, a lieto fine stavolta, legata ad una famiglia con un bambino e ad un prodigioso salto. Questa volta si tratta niente meno che della Sacra Famiglia, che secondo la storia si trovò un giorno inseguita dagli ariani sulla piana di Cireggio, sopra Omegna.
Ad un certo punto, trovandosi i nemici alle spalle e un gran burrone davanti, Giuseppe prese in braccio Maria e il Bambino e con un gran salto superò la valle dello Strona, portando miracolosamente tutti e tre illesi dall’altra parte. Il salto fu così prodigioso che ancora oggi si conserverebbe un’impronta del piede del santo, impressa sulla roccia del Sasso Gambello. Un luogo caro, almeno ancora fino a pochi anni fa, alle famiglie che desideravano avere figli. 


Da La bottega del mistero a Siamo in Onda su Puntradio del 4 giugno 2011

giovedì 2 giugno 2011

Un salto a Siamo in Onda



Chi non salta *** è.

Così ripetono i cori degli stadi e dei cortei, mentre i partecipanti saltano in coro, impegnati in una sorta di danza rituale.

Ma ci sono salti più impegnativi e che richiedono molto più coraggio, come quelli che fanno i paracadutisti, ad esempio.

E altri ancora molto rischiosi, al limite delle possibilità degli uomini e degli animali.

E poi ci sono salti strabilianti, oltre ogni possibilità umana. salti capaci di lasciare impronte durature nelle rocce.


Se però volete fare un simpatico salto in un programma radiofonico del sabato sera avete solo una scelta possibile:
 Siamo in Onda, è il talk show di Puntoradio, che sabato 4 giugno, in diretta dalla fiera campionaria di Arona affronta proprio il tema SALTI.

Come sempre c’è un quesito posto agli ascoltatori:

Se doveste saltare in una vasca piena di qualunque cosa vogliate, cosa vorreste che fosse?

Ditelo  inviando un sms oppure scrivetelo su questo blog o via mail. Le risposte più belle saranno lette in trasmissione.

Potrete trovare le foto della serata su Facebook oppure sul blog www.siamoinonda.it


Per ascoltare Siamo in Onda:        - FM 96.3 da Novara, Vercelli, Verbania, Biella, Alessandria, Torino, Varese, Milano, Pavia- FM 93.5 - 96.00 da Borgosesia e Valsesia    - INTERNET in streaming su www.puntoradio.net
Per intervenire in DIRETTA:- via email: diretta@puntoradio.net - redazione@siamoinonda.it- via SMS:.389 96 96 960          Buon Ascolto...(Sarà possibile seguire la trasmissione in replica il martedì successivo sempre alle 21,00)


La foto è una cortesia di ELE, che conosce gatti capaci di salti straordinari.

mercoledì 1 giugno 2011

Il signore delle rune

I Longobardi provenivano dalla Scandinavia, attraverso un viaggio lungo secoli. Quando si insediarono in Italia portarno con loro molte delle leggende dei popoli del nord.
Dai secoli più bui del medioevo ecco a voi una storia che parla della nascita di un misterioso alfabeto, usato dai popoli germanici per la scrittura. E per oscuri rituali di magia. 
Una storia scritta per Siamo in Onda, l'ultima di questa stagione, trasmessa sabato scorso. Viene pubblicata oggi, di mercoledì, non a caso, perché questo è il giorno di Odino, il signore delle rune.

In una fredda sera d’autunno del anno nono del regno di Ròtari, re dei Longobardi, uno sconosciuto bussò alla mia porta, chiedendo ospitalità per la notte. Gli offrii del fuoco e del vino caldo, perché mi era stato insegnato che talora, dietro il misero aspetto di un pellegrino, può nascondersi Odino, il dio viandante.
Il vecchio, il cui volto era nascosto dall’ombra di un largo cappello, svuotò il boccale e cominciò a cantare versi antichi. Davanti a noi, che ascoltavamo incantati le sue parole, prendeva forma il grande albero dell’universo, che regge i nove mondi che formano il cosmo e in cui dimorano gli dei e i giganti, gli elfi oscuri e i nani, i viventi e i morti.
Poiché le sue parole avevano acceso in me una folle sete di conoscenza pregai il nostro ospite, in nome di Odino, il dio della poesia, di cantare come il dio avesse scoperto il segreto delle rune. Ed egli, fissandomi con un unico profondo occhio, cominciò a narrare una storia antica come il mondo.

«A lungo indagai il mistero delle rune, senza riuscire a penetrarlo. Alla fine compresi che solo elevando un degno sacrificio al dio della magia avrei potuto colmare la mia ignoranza. Allora io, Odino, sacrificai me stesso ad Odino.
Per nove giorni e nove notti, ferito da un colpo di lancia, rimasi appeso all’albero della conoscenza, sferzato da venti impetuosi. E nessuno si accostò per placare la mia sete. Infine guardai verso le radici del grande albero e chiamai le rune.
Fèhu, Urùz, Thùrisaz, Ansùz, Ràido, Kàunan… una ad una le chiamai, fino all’ultima, Dàgaz. E una ad una salirono a me, lettere chiare, lettere grandi, lettere possenti, finché m’impadronii del loro segreto.»

A quelle parole riconobbi nel mio ospite lo stesso Odino. E fui afferrata dalla paura. Lottai con me stessa, come per destarmi da un mostruoso incubo in una notte senza speranza. Infine, aprii lentamente gli occhi sull’orrore che mi circondava.
E vidi accanto a me i corpi dei miei figli e delle mie figlie che con le mie stesse mani avevo immolato a Odino, il dio della magia, che solo a carissimo prezzo concede la conoscenza alle sue incantatrici.

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"Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso".

Ludovico Maria Sinistrari di Ameno.